Giara, La - Cavalleria rusticana

Copertina del volume su La Giara e Cavalleria rusticana
12.00€
Data di uscita

152 pagine
37 illustrazioni
39 tavole in b/n

Disponibile
ISBN
978 - 88 - 99577- 44-5
Stagione
2018-2019

Le dirò con due parole...
a cura di Marco Targa

LA GIARA

Non solo folclore nella Giara di Casella
di Sergio Sablich

Alfredo Casella, un ritratto
di Alberto Bosco

Dimenticate La giara. Dentro il mondo di Roberto Zappalà
a cura di Sergio Trombetta

Un luogo anti-panico
di Nello Calabrò

Argomento - Argument - Synopsis - Handlung

Struttura del balletto e organico strumentale
a cura di Enrico M. Ferrando

Le prime rappresentazioni

Intermezzo
Mascagni e Casella storytellers, tra verismo e avanguardie.
Intervista ad Andrea Battistoni

a cura di Valentina Crosetto

CAVALLERIA RUSTICANA

Turiddu, la musica da chiesa e la voce del desiderio
di Marco Emanuele

Pietro Mascagni, un ritratto
di Alberto Bosco

La violenza tesse la tela. Intervista a Gabriele Lavia
a cura di Susanna Franchi

Argomento - Argument - Synopsis - Handlung

Struttura dell’opera e organico strumentale
a cura di Enrico M. Ferrando

Le prime rappresentazioni

Libretto

Le dirò con due parole...

a cura di Marco Targa

La scelta di accoppiare l’opera di Mascagni Cavalleria rusticana (1890) al balletto di Casella La giara (1924) ha in sé qualcosa di paradossale. Le somiglianze e le affinità fra i due lavori sono infatti evidenti a chiunque: entrambi tratti da due celeberrimi racconti dei due più importanti scrittori siciliani fra Otto e Novecento, rispettivamente Verga e Pirandello; entrambi attraversati da echi di canti popolari e illuminati da colori mediterranei; entrambi salutati, seppur in momenti storici differenti, come un felice ritorno a un’ispirazione autenticamente italiana, in periodi in cui l’idea di fedeltà alla propria identità nazionale dettava legge anche in ambito artistico...

La giara

Non solo folclore nella Giara di Casella

di Sergio Sablich

La genesi della commedia coreografica in un atto La giara, l’autore la raccontò insieme con molte altre notizie sulla propria vita e sulle proprie opere in un libro essenzialmente documentario, e perciò utilissimo, non privo di calore e di fascino, oltre che coerente per principio; un libro autobiografico che Casella licenziò nel gennaio 1939, quando gli sembrava di poter fare ormai un bilancio delle proprie esperienze artistiche, peraltro non ancora concluse, e a cui dette un titolo delizioso, che alla giara simbolicamente si ricollegava per chiudervi dentro, e subito rivelarli, i segreti 1: ossia i contenuti di quelle stesse esperienze. Segno che quel richiamo a un’opera di molti anni prima era ancora eloquente e quasi rappresentativo di un’intera esistenza umana e artistica...


Alfredo Casella, un ritratto

di Alberto Bosco

Alfredo Casella, insieme con Guido M. Gatti, fu il massimo catalizzatore delle idee e delle iniziative che costituirono il cosiddetto rinnovamento della vita musicale italiana nel Novecento, quel processo di affrancamento dalle pratiche e dal gusto musicale che il predominio del melodramma nel nostro paese aveva instaurato nel secolo precedente, e la conseguente costruzione di una coscienza musicale nazionale capace di affrontare in modo criticamente agguerrito e artisticamente consapevole le novità messe in campo dai grandi cambiamenti sociali ed estetici della modernità. Sotto questo punto di vista il ruolo di Casella non potrà mai essere abbastanza lodato, l’effetto del suo operato fu duraturo e fecondo, ed è in buona parte grazie a lui se nel campo musicale l’Italia si è potuta mantenere al passo con i tempi e le nuove generazioni hanno potuto operare con una prospettiva internazionale...


Dimenticate La giara.
Dentro il mondo di Roberto Zappalà

a cura di Sergio Trombetta 

Dimenticate La giara. Dimenticate Don Lollò Zirafa, Zi’ Dima Licasi e appunto «quella bella giara nuova, pagata quattr’onze ballanti e sonanti», che si spacca prima ancora di essere usata. Fatto che scatena una serie di situazioni comiche ed esilaranti. Lasciate perdere il plot e godetevi l’atmosfera della Giara di Pirandello e Casella. E di Roberto Zappalà, il coreografo, ovviamente. Ma non aspettatevi da lui un semplice racconto folclorico. Immaginatevi piuttosto un pezzo di danza contemporanea dove le atmosfere e i temi della Sicilia di Pirandello vengono filtrati alla luce di una sensibilità molto più attuale.
Perché il catanese Roberto Zappalà è una figura di punta del contemporaneo in Italia. Dopo una carriera come danzatore in diverse realtà italiane e straniere, fonda la sua Compagnia nel 1990...


Un luogo anti-panico

di Nello Calabrò

La giara non è più oggetto di scena per quanto fondamentale; la giara diventa la scena. La “giara oggetto” si trasfigura in “La giara spettacolo”, e nella sua doppia qualità diventa nello stesso  tempo la pancia all’interno della quale si svolge la creazione e la bocca dalla quale la si fruisce. Bocca che non parla, non vomita parole ma danza.
Giara come pancia/bocca. Un segno doppio.
La pancia è visceralità, e la danza, attraverso la bocca, ne è il suo verbo.
La giara è una pancia, un interno che protegge e che ripara.
La giara è il Mediterraneo, la Sicilia che accoglie.
La giara come bocca, con i suoi danzatori/denti, è il cratere dell’Etna che periodicamente rigurgita le sue minacce di fuoco. Etna dispensatrice di morte e distruzione e al contempo benefica madre che predispone il suolo alle future coltivazioni.
Nella giara/pancia dove si immagazzina l’olio/liquido amniotico nasce il bambino, cioè la danza.
La rottura/parto della giara/pancia con un ribaltamento temporale è già accaduta fuori scena...


Argomento - Argument - Synopsis - Handlung


Struttura dell’opera e organico strumentale

a cura di Enrico M. Ferrando

La «commedia coreografica» La giara si articola in una sequenza di scene che, quando non da esplicite cesure, sono circoscritte dalla logica drammaturgica e dalla coerenza tematica. Le abbiamo individuate facendo ricorso ai titoli che si riscontrano nella partitura, o alle didascalie di cui il testo musicale è minuziosamente corredato.
L’adattamento stesso della novella di Pirandello prevede momenti in cui la danza è già inscritta nell’azione [2, 13, 15], scene di giubilo o di festa [14, 16] nelle quali il comportamento collettivo dei personaggi è facilmente assimilabile alla danza, e passaggi in cui comunque la logica puramente musicale prevale su quella drammatica: il preludio [1] e la canzone [12] (altro esplicito momento di musica nella musica), il cui testo qui di seguito riportiamo (Alberto Favara, Canti della terra e del mare di Sicilia, Ricordi, Milano 1921)...


Le prime rappresentazioni della Giara


Intermezzo

Mascagni e Casella storytellers, tra verismo e avanguardie.
Intervista ad Andrea Battistoni

a cura di Valentina Crosetto

Un inedito dittico tutto mediterraneo attende il giovane e già affermato Andrea Battistoni per il suo ritorno al Teatro Regio (dopo l’Elisir in tournée a Wiesbaden nel 2014 e la Bohème del 2015): un nuovo allestimento del capolavoro verista di Pietro Mascagni, Cavalleria rusticana, firmato da Gabriele Lavia, insieme alla prima assoluta della creazione coreografica di Roberto Zappalà La giara, su musiche di Alfredo Casella. Enfant prodige della bacchetta con una formazione da violoncellista che coltiva con il suo B-Side Trio, Battistoni vanta una carriera folgorante che lo ha portato a esibirsi nei teatri più importanti al mondo. Dal 2016 è Chief Conductor della Tokyo Philharmonic Orchestra e dal 2017 Direttore principale del Teatro Carlo Felice di Genova.

«Cavalleria rusticana» è una storia di amore e morte ambientata in una Sicilia che non esiste più. Qual è il segreto della sua longevità?
Il segreto di Cavalleria risiede non solo nel fascino che questo tipo di vicende “di corna e di coltello” ha sempre avuto sul pubblico operistico, ma anche nella freschezza inesauribile del trattamento musicale...


Cavalleria rusticana

Turiddu, la musica da chiesa e la voce del desiderio

di Marco Emanuele

1. L’opera dell’Ottocento ha rappresentato il desiderio fisico sublimandolo attraverso il canto, rendendolo così accettabile, declinato in un linguaggio consentito. Raramente la voce della sessualità trovava spazio in modo diretto, anche se alcune movenze melodiche, i giochi fonici creati dalle pause (singhiozzi, palpiti, sospiri e tutto un imbarazzante ansimare), la stessa coloratura ipertrofica del melodramma rossiniano esprimevano quanto non si poteva dire a parole. C’era, è vero, la strana creatura protagonista della Carmen di Bizet (1875): una proletaria assurta alla dignità della tragedia in musica attraverso la mediazione dell’opéra-comique. Lei
cantava proprio quello, il desiderio sessuale, piegando la sua voce alle forme poco nobili della canzone da caffè, fintamente popolare. C’era anche la cantatrice plebea Gioconda, che nell’opera di Ponchielli (1876) cantava: «Volesti il mio corpo, dimon maledetto? / E il corpo ti do!», complice la vena macabra dello scapigliato Arrigo Boito. E invece poi non glielo dava, preferendo ammazzarsi davanti al pretendente con mossa inaspettata, dopo averlo eccitato per bene. Per questo, nel panorama educato e composto dell’opera italiana di fine secolo, Cavalleria rusticana ebbe l’effetto di uno scossone...


Pietro Mascagni, un ritratto

di Alberto Bosco

Va dato atto a Pietro Mascagni di essere stato un infaticabile sperimentatore. I suoi detrattori potrebbero dire che la sua ansia di provarsi in sempre nuove direzioni fu guidata solo dal desiderio di poter ripetere il successo di quella Cavalleria rusticana che nel 1890, all’età di 26 anni, lo lanciò sulla scena operistica internazionale come il protagonista di una nuova stagione creativa del melodramma italiano. Un desiderio che sarebbe poi rimasto un’illusione, malgrado alcuni temporanei successi: a parte L’amico Fritz, sua seconda opera, nessuna delle sue altre creazioni teatrali è poi sopravvissuta in repertorio; e sì che fino al Nerone del 1935 furono ben quattordici, inclusa un’operetta () e il rifacimento di un lavoro giovanile (Pinotta). Ci fu, infatti, qualcosa di più che un semplice calcolo commerciale dietro a questa sua irrequietezza stilistica, qualcosa che è il riflesso della situazione storica in cui si dibatteva in quegli anni di fine secolo
l’opera italiana, alla ricerca di nuove forme espressive che si adattassero a una nuova sensibilità e a una nuova scala di valori...


La violenza tesse la tela.
Intervista a Gabriele Lavia

a cura di Susanna Franchi 

Nel gennaio 2017 Gabriele Lavia – in tandem con Paolo Ventura, autore di scene e costumi – firmò al Regio Pagliacci di Leoncavallo. Ora il binomio si rinnova per Cavalleria rusticana di Mascagni, ma lui precisa che «non c’è nulla in comune tra i due spettacoli, sono completamente autonomi, separati».

Partiamo da Verga allora, dalla novella «Cavalleria Rusticana» in «Vita dei campi» e dal libretto di Targioni-Tozzetti e Menasci.
È fatale che siano due cose, anche se straordinariamente collegate, straordinariamente divergenti, perché sono due forme diverse. Verga usa una lingua di diamante, perfetta, meravigliosa; il libretto ha una lingua che viene da Marte: i Siciliani non parlano certo come li fa parlare il libretto! Ma fa parte dello straniamento dell’opera lirica: si canta invece di parlare, e poi la grande tradizione melodrammatica vuole quella lingua assurda – vogliamo parlare della lingua dell’Otello di Verdi rispetto a quella di Shakespeare?
Ma tornando a Verga, c’è un aspetto della sua vita che mi ha sempre colpito molto: era un grande fotografo...


Argomento - Argument - Synopsis - Handlung


Struttura dell’opera e organico strumentale

a cura di Enrico M. Ferrando

La struttura di Cavalleria rusticana – introduzione e atto unico – è esplicitamente articolata secondo la tradizionale concezione a “pezzi chiusi”. I titoli dei numeri in cui abbiamo segmentato l’opera sono in effetti desunti dai materiali musicali (Cavalleria rusticana è proprietà della Casa Musicale Sonzogno di Milano). Va peraltro sottolineato il fatto che i singoli brani non seguono gli schemi tradizionali, e in particolare il rapporto tra i momenti lirici e i segmenti drammatici è risolto in un’efficace integrazione tra recitativo e canto espressivo. D’altra parte Mascagni condivide con altri autori della “giovane scuola” la tendenza a isolare forme strofiche giustificandole come musica-nella-musica, ossia introducendo nell’azione drammatica momenti in cui i personaggi cantano...


Le prime rappresentazioni di Cavalleria rusticana


Libretto