Inaugurazione della Stagione d’Opera e di Balletto 2026/2027
Festival Verismo
Una tetralogia inedita in scena dal 15 ottobre al 22 novembre: Cavalleria rusticana e Pagliacci, La bohème e Iris.
Andrea Battistoni dirige tutti e quattro i titoli, le regie sono firmate da Daniele Menghini e Francesco Micheli
Teatro Regio – giovedì 15 ottobre ore 19
Una tetralogia inedita per riscoprire le radici del melodramma italiano moderno: quattro opere, due compositori, due registi e un unico direttore d’orchestra danno forma all’ambiziosa apertura della Stagione d’Opera e di Balletto 2026/2027 del Teatro Regio, intitolata Fatale. Giovedì 15 ottobre la Stagione si inaugura con il Festival Verismo, a partire dalle nuove produzioni di Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni e Pagliacci di Ruggero Leoncavallo. Il ciclo prosegue fino al 22 novembre con La bohème di Leoncavallo e Iris di Mascagni, per un totale di 22 recite in poco più di un mese. Le regie sono affidate a Daniele Menghini per le opere di Mascagni e a Francesco Micheli, al suo atteso debutto al Regio, per quelle di Leoncavallo.
Sul podio dell’Orchestra, del Coro e del Coro di voci bianche del Teatro Regio sale, in un tour de force che include tutte le rappresentazioni del Festival, il nostro Direttore musicale Andrea Battistoni. I Cori sono istruiti rispettivamente da Gea Garatti Ansini e Claudio Fenoglio.
Intesa Sanpaolo è partner dell’inaugurazione della Stagione, rinnovando un sodalizio che la vede al fianco del Teatro Regio dal 2011 e confermando il proprio sostegno anche per il nuovo dittico Cavalleria rusticana e Pagliacci.
PARTNER PRODUZIONE INAUGURALE
![]()
Stefano Lo Russo: il Regio come energia vitale della città
«Con il Festival Verismo il Teatro Regio inaugura la stagione 2026/27 attraverso un percorso artistico che propone uno sguardo diretto e senza filtri sull’esperienza umana e le sue passioni. Ogni nuova stagione ci offre molto di più di un cartellone di spettacoli, perché è parte integrante dell’energia vitale di una Torino che riconosce nella cultura una forza fondamentale, un motore di crescita irrinunciabile. In un’epoca di rapidi cambiamenti, il nostro Teatro si conferma, stagione dopo stagione, un presidio di profondità, un luogo dove la comunità si ritrova per leggere la realtà attraverso la lente dell’arte», afferma Stefano Lo Russo, Sindaco della Città di Torino e Presidente della Fondazione Teatro Regio.
Mathieu Jouvin: il coraggio di scegliere il proprio destino
«Il Festival Verismo è l’epicentro della nuova Stagione “Fatale”, un programma attraverso il quale vogliamo esplorare la dinamica tra la libertà dell’individuo e l’ineluttabilità del destino. È da questa tensione, antica quanto la tragedia greca, che nasce il filo conduttore della nuova Stagione del Teatro Regio» dichiara Mathieu Jouvin, Sovrintendente del Teatro. «Dopo Manon Manon Manon, diamo vita a un nuovo ciclo speciale, che è motivo di orgoglio autentico per l’intero Teatro, prima ancora che un manifesto programmatico di ciò che vogliamo essere. Siamo convinti che il nostro mestiere debba costantemente stimolarci a uscire dall’ordinario, e questo progetto è la prova che il Regio sa e vuole misurarsi con progetti sfidanti. Abbiamo scelto di puntare su originalità, coraggio e un impegno produttivo importante, nella convinzione che il pubblico avrebbe saputo riconoscere il valore dell’impresa: la crescita del numero degli spettatori che accompagna anche questa Stagione si sta rivelando, per noi, il segno più concreto di una fiducia sempre più radicata. C’è, in questo Festival, anche un destino nel destino: quello di Mascagni e Leoncavallo, autori che non hanno conosciuto la fortuna che — forse — avrebbero meritato, complice l’ingombrante presenza di Puccini, le cui prime nate qui, al Regio, restano tra le pagine più importanti della nostra storia. Anche questa vicenda, in fondo, racconta quanto sottile sia il confine tra la volontà degli uomini e le forze che ne orientano il cammino: la stessa domanda che attraversa l’intera nostra Stagione».
Cristiano Sandri: l’arte di far dialogare voci diverse
«Il Festival Verismo nasce dalla stessa idea che ha ispirato l’intera Stagione Fatale: innescare un cortocircuito fecondo tra memoria e sperimentazione» spiega Cristiano Sandri, Direttore artistico del Teatro Regio. «Accanto al dittico di opere fra le più rappresentate al mondo, Cavalleria rusticana e Pagliacci, abbiamo voluto riportare in scena due rarità come Iris di Mascagni e soprattutto La bohème di Leoncavallo, affidandole a compagnie di soliste e di solisti — in totale quasi 50 — che contemplano grandi ritorni e novità per Torino. Sarebbero da citare tutti uno per uno, mi soffermo sul debutto al Regio di Ekaterina Semenchuk come Santuzza, o ai talenti di Carolina López Moreno, chiamata a interpretare una Nedda piena di ardore e trasporto, e di Erika Grimaldi, già applaudita diverse volte al Regio e ora protagonista di Iris; ma anche ai numerosi e affiatati interpreti che animano La bohème di Leoncavallo, e al ritorno atteso di Gregory Kunde per l’ultima recita di Pagliacci. Tutti loro compongono cast che testimoniano la vivacità di un’istituzione capace di far dialogare interpreti già affermati e nuove generazioni, grazie anche alla garanzia di una impronta esecutiva appassionata e coinvolgente data dal nostro Direttore musicale, Andrea Battistoni».
Fabio Spagnuolo, Intesa Sanpaolo: investire nella cultura, investire nel futuro
«Quest’anno celebriamo un traguardo speciale: quindici anni di collaborazione continua tra Intesa Sanpaolo e il Teatro Regio di Torino, eccellenza culturale della città e del Paese. Un legame fondato sulla convinzione che la cultura non sia soltanto un patrimonio da custodire, ma una forza capace di generare valore per le persone, per Torino, dove la Banca ha la sua sede, e per il territorio. In questo percorso, Intesa Sanpaolo vuole essere non solo sostenitrice della programmazione artistica, ma un autentico partner culturale, contribuendo a valorizzare il lavoro delle centinaia di professioniste e professionisti che rendono possibile la magia dello spettacolo e a promuovere l’incontro delle nuove generazioni con il teatro. Perché investire nella cultura significa investire nella crescita delle comunità, nella coesione sociale e nel futuro del Paese», commenta Fabio Spagnuolo, Executive Director Comunicazione e Immagine Intesa Sanpaolo.
Andrea Battistoni: i colori nascosti di Mascagni e Leoncavallo
«Il Verismo, o meglio la “giovane scuola”, è una delle mie grandi passioni nel repertorio operistico, e dirigere tutte e quattro queste opere significa in particolare poter esplorare Mascagni e Leoncavallo ben oltre le tinte mediterranee e la passionalità che tutti riconosciamo in Cavalleria e Pagliacci» racconta Andrea Battistoni, Direttore musicale del Teatro Regio. «In Iris ritroviamo un Mascagni che sfrutta tutti i colori dell’orchestra e le conquiste armoniche della sua epoca, tra suggestioni wagneriane e impressioniste, senza mai perdere quella vena melodica che sembra sgorgare da lui come una fonte inesauribile. Nella Bohème di Leoncavallo troviamo invece un autore raffinatissimo, capace di un eclettismo che intreccia l’eleganza settecentesca a un linguaggio cromatico al passo con i linguaggi europei del tempo. In tutte queste opere, poi, la costruzione musicale non è mai casuale: come Wagner, anche Mascagni e Leoncavallo lavorano per motivi conduttori, temi che si legano a personaggi e situazioni e tornano trasformati nel corso della partitura — penso alla tinta di Cavalleria, che evoca insieme la Sicilia notturna e la sacralità della Pasqua, o al tema di Canio in Pagliacci, che con “Ridi, Pagliaccio” raggiunge la stessa tensione drammatica che Verdi aveva affidato al suo Otello. Il Festival Verismo realizza un percorso artistico coraggioso, che conferma il nostro Teatro come polo di innovazione e qualità di interesse internazionale».
Le dimensioni di un progetto che coinvolge tutto il Teatro
Da molti mesi il Teatro Regio si sta preparando al Festival, dalle fasi progettuali a quelle di un grande cantiere produttivo: la realizzazione delle scene e dei costumi è iniziata in primavera e nel mese di settembre si sono terminate le ultime parti, mentre una fitta rete di trasporti — 14 camion in totale — ha fatto arrivare progressivamente in Teatro tutte le componenti per effettuare i montaggi in palcoscenico, le prove costumi per artisti, danzatori e figuranti: centinaia di persone impegnate contemporaneamente in tutti gli spazi del Teatro. Un lavoro corale e artigianale insieme, che parte dagli uffici organizzativi, coinvolge Orchestra, Coro, Coro di voci bianche, tecnici, laboratori e maestranze in un’impresa di rara complessità.
Qualche numero per restituire la dimensione del progetto: sul palcoscenico e dietro le quinte si muovono complessivamente circa 120 artisti tra cast, mimi tersicorei, figuranti e marionettisti, insieme agli 80 artisti del Coro e ai 30 giovani del Coro di voci bianche, per i quali sono stati realizzati in totale 761 costumi. Due team di regia, composti complessivamente da 15 professionisti, coordinano le prove e seguono il lavoro di realizzazione scenica e artigianale. A costoro si aggiungono circa 100 professori d’Orchestra, impegnati tra buca e palcoscenico, e 95 tecnici e addetti tra macchinisti, macchinisti di soffitta, attrezzisti, sarte, elettricisti, fonici, personale della logistica e dei laboratori.
Le scenografie di Cavalleria rusticana sono interamente in legno, costruite e dipinte a mano nei laboratori del Teatro; e ancora oggi, nella Bohème, movimenti come l’apertura delle poderose pareti sono affidati al gesto dei macchinisti anziché a meccanismi motorizzati: una scelta tecnica, per evitare rumori e imperfezioni in scena, sui tempi dell’esecuzione musicale dal vivo, ma anche un modo per custodire un mestiere antico e tramandarlo alle nuove generazioni. Per Iris sono stati realizzati appositamente a Torino oltre 150 girasoli fabbricati a mano e decine di origami, insieme a un fiore animatronico che rivestirà un ruolo clou. La meccanica di scena è utilizzata a pieno regime, con appendimenti che mettono alla prova il 90% dei tiri motorizzati del Teatro. Per dare ospitalità a tutti gli artisti che si succedono nelle recite, il Teatro utilizza tutti i suoi 30 camerini, la cui assegnazione — comunicata ogni giorno dai direttori di scena — cambia di volta in volta per essere condivisa tra le compagnie delle quattro opere.
Per il pubblico tutto prende il via dal 15 ottobre: Cavalleria rusticana e Pagliacci sono in scena dal 15 ottobre al 21 novembre, La bohème di Leoncavallo dal 27 ottobre al 22 novembre, Iris dal 5 al 18 novembre. Il pubblico potrà scegliere se vivere il Festival nell’arco del mese, oppure — nell’ultimo fine settimana di ottobre e nei primi due di novembre — assistendo all’intera offerta come un ciclo in tre giorni consecutivi. Una scelta che permette a Torino e al territorio di divenire meta privilegiata per un vero e proprio viaggio culturale.
Gli artisti
Interprete d’elezione di questo repertorio, Andrea Battistoni dirige tutti e quattro i titoli, garantendo al Festival insieme alla sua spiccata personalità e profondità di lettura una coerenza stilistica complessiva. La sua particolare affinità con la “Giovane Scuola” consente di mettere in luce non solo l’energia e la passionalità di Cavalleria rusticana e Pagliacci, dittico cardine del canone verista, ma anche la ricchezza delle opere meno note: la sontuosa tavolozza orchestrale tratteggiata da Mascagni in Iris e la brillante raffinatezza della Bohème di Leoncavallo. Inoltre, la sua presenza continuativa sul podio valorizza pienamente i complessi musicali del Teatro e ne consolida la sinergia artistica.
Sul versante scenico, si intrecciano due sguardi d’autore che convergono in una visione organica: Daniele Menghini firma le opere di Mascagni, Francesco Micheli quelle di Leoncavallo. I due registi rileggono i quattro titoli come un’indagine sulle comunità, sulle loro regole non scritte e sui conflitti che le attraversano, da ultimo sul controllo che esercitano sull’individuo, con richiami anche all’universo pasoliniano. Menghini mette al centro la dimensione rituale, il passaggio dal verismo al simbolismo e la forza rivoluzionaria delle scelte femminili; Micheli esplora il confine tra teatro e vita, la disillusione degli artisti e la fragilità di una generazione a cui il mondo non lascia spazio. Ne emerge un Verismo sottratto al folclore e restituito alla sua urgenza umana e sociale.
A dare unità visiva ai quattro allestimenti sono le scene di Davide Signorini, le luci di Gianni Bertoli e la drammaturgia di Michele Panella; i costumi sono firmati da Nika Campisi per le opere di Mascagni e da Giada Masi per quelle di Leoncavallo. I movimenti coreografici sono curati da Marco Caudera per Cavalleria rusticana e Iris e da Matteo Ceccarelli per Pagliacci e La bohème, mentre la coreografia delle marionette di Iris porta la firma di Valeria Sacco (Riserva Canini Teatro). Per gestire l’intreccio e la complessità creativa del progetto, il team è affiancato dagli assistenti: Tommaso Franchin, Stefania Panighini e Andrea Piazza (regia), Chiara Previato e Laura Pigazzini (scene), Rossana Gea Cavallo e Francesca Sartorio (costumi).
Cavalleria rusticana/Pagliacci: il rito sacro del sangue e lo specchio deformante tra realtà e finzione
Nel dittico inaugurale, rito e rappresentazione diventano le forme attraverso cui la comunità osserva, giudica e lascia esplodere la violenza. Daniele Menghini ambienta Cavalleria rusticana in un grande e potente presepe pasquale, dove la ritualità sacra scandisce il dramma e le portantine processionali, con i simboli della Passione, fanno da sfondo a una comunità che celebra la propria fede e insieme rivela le sue contraddizioni. «In Cavalleria riscopriamo la dimensione rituale che sgorga dalla liturgia della Pasqua», spiega il regista Menghini, «dove la comunità è protagonista silenziosa e giudicante». Al centro del dramma brilla il debutto al Regio di Ekaterina Semenchuk, interprete di riferimento per il ruolo di Santuzza, una donna esclusa e “scomunicata” che incarna la tensione tra espiazione e redenzione. La musica ruvida e fulminante di Mascagni, evoca con violenza un codice d’onore millenario, in una Pasqua che, come suggerisce la regia, non salva nessuno, ma ricorda a tutti che la salvezza resta un atto possibile. Il cast prevede: Ekaterina Semenchuk/Maria Teresa Leva (Santuzza), SeokJong Baek/Amadi Lagha/Angelo Villari (Turiddu), Ariunbaatar Ganbaatar/Simone Piazzola (Alfio), Elena Zilio/ Agostina Smimmero (Lucia) e Veta Pilipenco (Lola).
Con Francesco Micheli, il capolavoro di Leoncavallo abbandona le rassicuranti vesti della tradizione per farsi indagine spietata sulla condizione umana. L’opera, ispirata a un fatto di cronaca nera realmente accaduto sotto gli occhi del compositore bambino, scardina ogni certezza: «Il confine tra realtà e rappresentazione è così labile da diventare pericoloso», suggerisce il regista. Micheli trasforma la vicenda di Canio e Nedda nel simbolo di una comunità rurale che si scontra con disvalori protetti dal silenzio, per mostrare il trauma di un mondo in rapido cambiamento. Al centro del dramma emerge la figura di Nedda, interpretata da Carolina López Moreno/Maria Teresa Leva, una donna ribelle che compie un gesto di libertà e coraggio estremi contro un marito possessivo. Protagonisti sono: Martin Muehle/Carlo Ventre (Canio), Ariunbaatar Ganbaatar/Fabián Veloz (Tonio), Matteo Mezzaro/Matteo Falcier (Peppe), Joshua Hopkins/Rodion Pogossov (Silvio). Appuntamento da non perdere con l’atteso ritorno al Regio di Gregory Kunde nei panni di Canio per l’ultima recita.
La bohème di Leoncavallo: un “Friends ante litteram”
Dal 27 ottobre al 22 novembre rappresentiamo per la prima volta a Torino dal 1905 La bohème di Ruggero Leoncavallo, l’opera nata dalla sfida creativa con Puccini, che la debuttò proprio al Regio nel 1896. Più fedele alle Scènes de la vie de bohème di Henri Murger, l’opera di Leoncavallo pone al centro non le singolarità di Mimì e Rodolfo, ma il gruppo dei giovani artisti e il rapporto libero e irrequieto tra Marcello e Musetta. «È un racconto sulla giovinezza degli artisti che assomiglia a una splendida natura morta, bellissima per un istante, prima di consumarsi nello squallore» afferma Francesco Micheli. Nella lettura del regista: « i bohémiens sono un vero e proprio “Friends ante litteram”: un gruppo di ragazzi che condivide amicizie, precarietà, ambizioni e il desiderio di vivere fuori dalle convenzioni, in quello che diventa uno spazio di incontro, creatività e appartenenza, oggi diremmo un “centro sociale”». Leoncavallo porta così sulla scena un mondo estraneo a quello del pubblico teatrale dell’epoca, mettendo implicitamente in discussione lo stesso establishment per il quale componeva. È in questa dimensione corale e anticonformista che l’opera rivela la propria forza di rottura e una sorprendente vicinanza alle esperienze delle nuove generazioni.
Lo spettacolo segue l’arco delle stagioni della vita: dall’esplosione vitale del Café Momus, dove i bohémiens ridicolizzano la nobiltà in una grande farsa collettiva, all’autunno della disillusione, quando la soffitta diventa il deposito delle ambizioni perdute. La partitura rivela un Leoncavallo raffinato ed eclettico, capace di passare dalla leggerezza dell’operetta e del pastiche settecentesco a un linguaggio cromatico, appassionato e a tratti brutale. Il cast, interamente al debutto nei rispettivi ruoli, riflette la diversa (rispetto a Puccini) prospettiva vocale dell’opera: i tenori Matteo Lippi/Arseny Yakovlev vestono i panni di Marcello, Anna Goryachova/Lamia Beuque (Musette), il baritono Alessandro Luongo è Rodolfo, Francesca Dotto/Sara Cortolezzis (Mimì), Simone Del Savio/Ramiro Maturana (Schaunard), Francesco Salvadori (Colline), Matteo Peirone (Barbemuche), Pablo Gálvez (Il visconte Paolo), Manuela Custer (Eufemia), Manuel Pierattelli (Gaudenzio), Roberto Covatta (Durand), Nicola Pamio (Un becero) e l’artista del Regio Ensemble Adrian Autard (Un signore).
Iris di Mascagni: un fiore nel deserto di un’umanità distrutta/l’ultimo fiore in un mondo post-atomico
Con Iris, in scena dal 5 al 18 novembre, il Festival raggiunge il suo esito più visionario. Lontano dal realismo mediterraneo di Cavalleria, il capolavoro di Mascagni segna il passaggio dal verismo al simbolismo e anticipa, nella scelta dell’ambientazione giapponese, luoghi e temi destinati a riemergere pochi anni dopo in Madama Butterfly. Mascagni immagina un Giappone immerso nel clima del decadentismo europeo: un universo oscuro e sensuale, attraversato da una bellezza fragile e quasi avvelenata, nel quale l’innocenza viene tradita da una società incapace di riconoscerla e pronta a distruggerla.
Daniele Menghini trasferisce l’opera in un paesaggio post-atomico, ispirandosi agli hibakujumoku, gli alberi sopravvissuti alle radiazioni di Hiroshima e Nagasaki e, inspiegabilmente, tornati a fiorire tra le rovine. Iris è una di queste presenze pure e vitali, circondata da un’umanità corrosa dalla guerra, dalla violenza e dal desiderio di possesso. Strappata alla grotta sotterranea in cui vive con il padre cieco, tra origami e fiori di carta, viene trascinata da Osaka e Kyoto nello Yoshiwara, “il quartiere delle geishe”, ridotto a un edificio in macerie popolato da figure mascherate e deformi. «Iris è un fiore che sboccia in mezzo alla melma», spiega Menghini, «un’anima pura sacrificata sull’altare del desiderio e del possesso».
La partitura rivela un compositore ormai pienamente maturo, che sfrutta tutte le risorse dell’orchestra e le conquiste armoniche del proprio tempo. Le influenze di Wagner e dell’impressionismo francese convivono con l’inesauribile invenzione melodica di Mascagni, in una scrittura capace di passare dal terrore dell’aria “della piovra” alla luminosità della trasfigurazione finale. L’Inno del Sole, che apre e chiude l’opera con il grandioso impatto di coro e orchestra, racchiude una struttura teatrale atipica, culminante in un ultimo atto sospeso e quasi onirico. Il sacrificio di Iris apre infine a una rinascita simbolica, nella quale la forza della natura si afferma sull’egoismo e sulla violenza dell’uomo. Erika Grimaldi interpreta la protagonista Iris in alternanza con Iwona Sobotka, il cast prevede: Angelo Villari/Samuele Simoncini (Osaka), Roberto Frontali/Manel Esteve Madrid (Kyoto), Luca Tittoto/Mariano Buccino (il cieco), l’artista del Regio Ensemble Albina Tonkikh (una Guècha), Didier Pieri (cenciaiolo).
Anteprime Giovani: quattro opere, uno sguardo sul presente
La Stagione 2026/2027 rinnova per tutti i titoli d’opera l’iniziativa delle Anteprime Giovani riservate al pubblico under 30. Un’offerta importante per far crescere l’interesse per quest’arte da parte delle giovani generazioni, cui sono dedicate anche due specifiche card (under 16 e under 30) che consentono un’alta accessibilità economica.
Le prime tre Anteprime Giovani sono in programma martedì 13 ottobre per Cavalleria rusticana e Pagliacci, venerdì 23 ottobre per La bohème e giovedì 29 ottobre per Iris, con vendite dei biglietti (10 euro) a partire dalla fine di settembre.
Le Conferenze-Concerto: un invito a scoprire il Festival prima del debutto
Ad accompagnare il pubblico verso ciascun titolo del Festival Verismo sono le Conferenze-Concerto, gli appuntamenti di presentazione che il Teatro Regio dedica a ogni opera in Stagione, arricchiti dalla partecipazione degli artefici degli spettacoli e da esecuzioni dal vivo. Tre gli incontri dedicati al Festival: il 14 ottobre Susanna Franchi conduce l’appuntamento su Cavalleria rusticana/Pagliacci, il 21 ottobre Marco Targa introduce La bohème di Leoncavallo e il 4 novembre Giovanni Gavazzeni illustra Iris. L’ingresso è gratuito.
Abbonamenti, carnet e biglietti
È ancora possibile sottoscrivere abbonamenti e carnet alla Stagione 2026/27 del Teatro Regio, beneficiando di risparmi fino al 30%. Abbonamenti, carnet e biglietti sono in vendita on line sul sito del Teatro Regio e alla Biglietteria del Teatro Regio: Piazza Castello 215 - Torino | Tel. 011.8815.241/242 | biglietteria@teatroregio.torino.it. Orario di apertura: da lunedì a sabato ore 11-19; domenica: ore 10.30-15.30. Informazioni e aggiornamenti: www.teatroregio.torino.it.
Ufficio stampa Teatro Regio
Sara Zago - Tel. +39 011 8815 239/730