L’elisir d’amore

Teatro Regio, Martedì 13 Novembre 2018 - Sabato 24 Novembre 2018

Libretti

Copertina del volume monografico su L'elisir d'amore

120 pagine
35 illustrazioni
19 tavole in b/n
prezzo 12,00 €
prezzo con il carnet 8,00 €

Disponibile

Le dirò con due parole...

a cura di Alberto Bosco

Difficilmente si sarà incontrato chi, uscito da una rappresentazione dell’Elisir d’amore, abbia sentito l’esigenza di una guida che gliene spiegasse il contenuto o i segreti. Tanta è infatti l’immediatezza di quest’opera immortale e tanta l’evidenza con cui le convenzioni del melodramma si adattano allo svolgersi della vicenda che, a non volerle far violenza, ben poco spazio resta per addentellati critici. Ancor più, perché la semplicità è in una certa misura la vera protagonista dell’opera, incarnata in primo luogo nella schiettezza disarmante di Nemorino e, in generale, nell’ambientazione popolare del racconto che condiziona, oltre al coro, bene o male tutti i personaggi...


Finzione e sentimento

di Emilio Sala

Come dobbiamo interpretare (oggi) L’elisir d’amore? Lo schema di lettura canonico, non certo privo di buone ragioni, è quello che William Ashbrook, nella sua classica monografia donizettiana, ha sintetizzato così: L’elisir è «una romantica opera buffa in cui il conflitto è in definitiva risolto non attraverso l’inganno o qualche circostanza fortuita, ma mediante il riconoscimento da parte di Adina del giusto valore della costanza di Nemorino». In questa prospettiva è l’elemento sentimentale che viene messo in particolare risalto, e si capisce meglio perché un brano patetico, del tutto inutile se non nocivo sul piano della mera logica narrativa (tagliandolo, l’azione scorrerebbe meglio), sia diventato il simbolo dell’opera: mi riferisco naturalmente a «Una furtiva lagrima», la romanza del secondo atto cantata da Nemorino. A quanto racconta la vedova del librettista Felice Romani, Emilia Branca1, le cose sarebbero andate in questo modo: poeta e compositore stavano lavorando in gran fretta (more solito) a quello che sarebbe diventato L’elisir d’amore...


Dolceamaro Donizetti

di Giulia Vannoni

«La scienza ha promesso la felicità? Non credo. Ha promesso la verità,
e il problema è sapere se con la verità si farà mai la felicità».

Émile Zola, Discorso all’Assemblea generale degli studenti di Parigi,
18 maggio 1893.

Il teatro d’opera è riuscito a esprimere assai bene la graduale trasformazione della medicina da ars medica in scienza esatta: figure un tempo liquidate con i termini di guaritore e ciarlatano hanno trovato ampio risalto nei libretti, seppure quasi sempre come soggetti comici. Con le denominazioni di cavadenti e conciaossa s’indicavano quei praticoni che conducevano vita itinerante, svolgendo funzioni che oggi competono a dentisti e ortopedici: veri e propri «mercanti della salute»1, cui spettò il merito di proporre a poco prezzo rimedi millantati come miracolosi e, spesso, realmente efficaci. Il risultato, in termini sociali, non fu di scarso rilievo, perché simili personaggi rendevano accessibile a tutti ciò che era monopolio di pochi: la possibilità di curarsi. Assumendo sembianza di figure taumaturgiche, riuscivano dunque a operare le loro guarigioni in modo talvolta misterioso, almeno agli occhi dei beneficiati...


Pane, amore ed Elisir.
A colloquio con Fabio Sparvoli

a cura di Susanna Franchi

Nonostante la didascalia: «L’azione è in un villaggio nel paese de’ Baschi», ogni volta che ascoltiamo L’elisir d’amore di Donizetti pensiamo all’Italia. Nel caso dell’allestimento che va in scena al Teatro Regio con la regia di Fabio Sparvoli è un’Italia post-bellica che ricorda molto il film Pane, amore e fantasia del 1953 di Luigi Comencini con Gina Lollobrigida (la bersagliera) e Vittorio De Sica (il maresciallo dei Carabinieri Antonio Carotenuto).

Come è nata questa scelta? Non ha mai avuto la tentazione di ambientarla in epoca contemporanea?

Io amo moltissimo i film di quel periodo con De Sica, con Sordi – esordisce il regista Fabio Sparvoli. Gli anni Cinquanta sono gli anni della rinascita italiana, siamo nel dopoguerra e gli abiti sono stretti in vita con il reggiseno a punta, le magliette colorate... Mi sono rifatto espressamente alla commedia all’italiana, alla lezione di Comencini. A mio modo di vedere un Elisir contemporaneo non regge; questo tipo di operazioni vanno studiate benissimo, come fece Jonathan Miller nel 1986 al Maggio Musicale Fiorentino per la Tosca ambientata come se fosse Roma città aperta: era perfetta. Se penso però al Nabucco con il carro armato... vuol dire che si perde il senso dello spettacolo...


Freschezza e modernità di Donizetti.
Intervista a Michele Gamba

a cura di Valentina Crosetto

L’elisir d’amore segna il debutto al Regio di Michele Gamba, talentuoso direttore trentacinquenne con una laurea in filosofia, un esordio da pianista e brillanti collaborazioni alle spalle come assistente di Pappano prima e di Barenboim poi. Da quando nel 2016 ha felicemente sostituito l’indisposto Michele Mariotti nei Due Foscari alla Scala, con soli venti minuti di preavviso, il suo nome circola nei teatri di mezza Europa.

Maestro, ricorda la prima volta che ha ascoltato «Elisir» a teatro?

Sono molto felice di debuttare in un teatro così prestigioso come il Regio, e con un’opera genialmente scritta come Elisir. La prima volta che l’ascoltai fu alla Scala: avevo quattordici anni, frequentavo la quarta ginnasio e la mia professoressa di matematica mi procurò i biglietti: rimasi colpito dall’aspetto lieve e frizzante della partitura di Donizetti, malgrado da pianista in quegli anni fossi alle prese con tutt’altro repertorio...


Un ritratto

di Alberto Bosco

Non più Bellini, non ancora Verdi: questo è per noi Donizetti, e non è un’idea ingannevole. Rispetto al suo collega siciliano, di poco più giovane, ma scomparso a soli trentaquattro anni, Donizetti coltivò una concezione più moderna dell’opera seria, più concentrata sullo svolgimento dell’azione che non sul potere affascinante del canto, osando anche a volte alternare registri bassi e alti per vivacizzare il dramma. Rispetto a Verdi, invece, Donizetti dovette adeguarsi a convenzioni e leggi di produzione che non prevedevano il controllo totale del compositore sulla propria opera e pertanto nei suoi melodrammi si ritrovano gli stessi temi cari al romanticismo risorgimentale, ma la definitiva affermazione di uno stile drammatico conforme a questi ideali e al gusto moderno si dovrà solo alla caparbia volontà di Verdi. Di qui, però, a considerare Donizetti solo come un precursore ce ne passa, e in questo senso molta strada è stata fatta nell’ultimo mezzo secolo per restituire a questo protagonista dell’opera italiana la sua giusta importanza...


Argomento - Argument - Synopsis - Handlung


Struttura dell’opera e organico strumentale

a cura di Enrico M. Ferrando

L’elisir d’amore è tra gli ultimi e più maturi frutti della tradizione dell’opera comica italiana, della quale mantiene, almeno formalmente, le caratteristiche strutturali distintive. Così si articola in due atti, e consta di una successione di numeri musicali indipendenti. Ma la tendenza a collegare più numeri tra loro in unità strutturali di livello superiore è esplicita: così il n. 4 (la “cavatina” – il termine è qui inteso come “aria di presentazione” – di Belcore), culmina nella “stretta” (il movimento conclusivo, in tempo rapido e dalla ritmica concitata) che conclude l’Introduzione [1-4]: uno dei momenti per i quali le convezioni di scrittura dell’opera prevedevano il collegamento di più sezioni relativamente autonome. Analogamente il Finale I (il cosiddetto finale “centrale” – il momento di massima complicazione dell’intreccio drammatico, che coincide con un ampio brano d’assieme) ha inizio con un recitativo e prosegue, in crescendo, con un duetto, un terzetto e un quartetto per culminare nella canonica stretta [10-13]...


Le prime rappresentazioni


Libretto