La Cenerentola

Teatro Regio, Martedì 15 Marzo 2016 - Giovedì 24 Marzo 2016

Libretti

Copertina del volume su La Cenerentola

128 pagine
36 illustrazioni
23 tavole in b/n
prezzo 12,00 €
prezzo con il carnet 8,00 €

Disponibile

Le dirò con due parole...

a cura di Alberto Bosco

La Cenerentola di Rossini, pur essendo derivata da una fiaba e pur avendo come protagonista un personaggio dai toni sentimentali e patetici, rimane indubbiamente un’opera buffa in tutto e per tutto. Intanto, delle suggestioni magiche dell’originale viene fatta piazza pulita già nel libretto di Jacopo Ferretti, che attenendosi fedelmente alle convenzioni del genere buffo porta la vicenda fiabesca sul terreno più realistico della commedia e dell’osservazione giocosa dei caratteri umani, così da adeguare la trama allo stile richiesto dalla tradizione buffa italiana, che proprio nell’esclusione del soprannaturale e del mito aveva trovato la sua vocazione e ragion d’essere. Poi, anche nella musica, i tratti lacrimosi e sentimentali di Cenerentola non stingono sul resto della partitura e dei personaggi, e non riescono a trasformare l’opera in un lavoro di mezzo carattere, semiserio o larmoyant, ma convivono con i folli meccanismi e la carica dionisiaca tipici di Rossini, in un equilibrio originalissimo che dà a questa partitura il suo carattere inconfondibile...


Lo spirito del Rossini comico

di Paolo Gallarati

La Cenerentola ossia La bontà in trionfo andò in scena al Teatro Valle di Roma il 25 gennaio 1817. Rossini aveva 25 anni e contava nel suo catalogo già diciannove opere, serie e buffe, che per la novità del linguaggio vocale e strumentale, la varietà dello stile, la velocità del decorso drammatico, avrebbero offerto alla successiva evoluzione dell’opera ottocentesca un modello imprescindibile. Due di queste, L’italiana in Algeri (Venezia, 1813) e Il barbiere di Siviglia (Roma, 1816) formano, insieme alla Cenerentola, un trittico ideale, uno dei culmini nella lunga storia dell’opera buffa che, durante il Settecento, si era ramificata in due filoni. Da un lato quello del realismo quotidiano che, partito dalla commedeja pe’ mmuseca in dialetto napoletano dei primi decenni del secolo, venne italianizzato da Goldoni, generò l’opera semiseria di tipo larmoyant e giunse al suo coronamento nelle opere di Da Ponte e Mozart...


La torta per i 25 anni di Gioachino

di Fulvio Stefano Lo Presti

Per sua fortuna, oserei dire, Vincenzo Bellini morì a 33 anni e l’iconografia tramandata, compresa quella postuma, lo ha fissato nella fiorente giovinezza che segnò anche il limite precoce della sua esistenza. Fosse vissuto invece fino a un’età avanzata, c’è da scommettere che si vedrebbero oggi, per esempio, i giovanili melodrammi Bianca e Fernando e La straniera1 associati a immagini di un Bellini anziano. Un tale anacronismo non viene però risparmiato a Rossini, che, pur essendo mancato a 76 anni suonati, aveva concluso la sua carriera teatrale ben trentanove anni prima2. Ed è flagrante l’anacronismo – al quale del resto si è ormai assuefatti – poiché all’ascolto delle spumeggianti creazioni della fresca gioventù del Pesarese e alla stupefazione della loro fantasmagoria pirotecnica si contrappongono troppo spesso le sembianze del Rossini anziano se non decrepito, che gravita a distanza remota dall’altro Gioachino, pur continuando a viverne di rendita3. Morendo il 13 novembre 1868 – trentatre anni dopo Bellini, venti dopo Donizetti, un anno dopo Pacini, quando Verdi a sua volta ha già imboccato la tarda estate della sua lunga carriera – sarà sopravvissuto a quella sfolgorante e irripetibile avventura percorsa con la geniale frenesia con cui ha rapinosamente consumato i suoi verdi anni radiosi dando vita a capolavori giganteschi...


O quante belle figlie Madama Doré.
Viaggio semiserio letteral-teatrale alla ricerca
della cenere di Cenerentola

di Alfonso Cipolla

Per parlare di Cenerentola converrà cominciare da Cappuccetto Rosso. O perlomeno sarà opportuno mettere in relazione la bambina disubbidiente dal copricapo rubizzo con la ragazzina bistrattata poco avvezza a portare le scarpe. Nel mondo manicheo delle fiabe l’eroe va scelto senza mezzi termini. È un exemplum, per ammonire o per inoculare speranza. Quanta strada separa l’ingenuità sfrontata di Cappuccetto Rosso dalla sopportazione integerrima di Cenerentola? Esattamente la stessa che passa dall’inconsapevolezza alla consapevolezza. Eppure, sotto sotto, è tutta questione di fiducia: da quella solare di Cappuccetto, che non può concepire che esista al mondo l’ombra della cattiveria, a quella notturna di Cenerentola, che sopravvive come favilla consolatoria a fronte delle continue angherie. Insomma, si va dalla castrazione dell’infanzia all’angelo del focolare che diventa regina. È un percorso educativo che non lascia scampo. Dovendo scegliere, e chi mai avrebbe esitazioni?...


La fortuna all'improvviso

di Alessandro Talevi

La Cenerentola ha un fascino profondo e universale perché le sue radici affondano in antiche fiabe: segue il consueto modello di un protagonista che deve subire prove e tribolazioni prima di raggiungere una condizione più elevata e fortunata. Come in tutte le fiabe, l’ascoltatore è invitato a identificarsi con il protagonista e a sperimentare tutte le gioie e i dolori del suo viaggio.
Il noto studioso di fiabe Bruno Bettelheim evidenzia l’importanza di questi racconti nell’insegnare ai bambini valori morali fondamentali: l’importanza della sofferenza per raggiungere qualcosa di buono, la necessità di essere coraggiosi e di affrontare le difficoltà. Nella raccolta dei fratelli Grimm, molte delle fiabe più antiche sono terribilmente violente e contengono temi inquietanti e immagini di sofferenza e miseria. Ma Bettelheim sostiene che l’aspetto spaventoso di queste storie è essenziale per aiutare i bambini a crescere, facendo fronte alla stranezza del mondo reale che li circonda e alla paura che esso suscita in loro; inoltre, Bettelheim ritiene che escludere questi aspetti pubblicando versioni emendate, con l’intenzione di creare un intrattenimento piacevole e non minaccioso, sia del tutto sbagliato...


Argomento - Argument - Synopsis


Struttura dell’opera e organico strumentale

a cura di Enrico Maria Ferrando

La Cenerentola – come Il barbiere di Siviglia, con cui nell’Ottocento rivaleggiò in popolarità – presenta i tratti stilistici e strutturali dell’opera buffa all’apice delle loro potenzialità. Così troviamo la caratteristica struttura in due atti e la tipica articolazione in recitativi e numeri musicali veri e propri, anche se questa distinzione non comporta necessariamente una separazione dei momenti di sviluppo drammatico da quelli di pura espressione lirica, e anzi buona parte dei numeri musicali interagisce in misura più o meno marcata con lo svolgimento dell’azione. Quanto ai recitativi, si tratta di recitativi “secchi”, cioè intonati sul solo sostegno del “basso continuo” con uno stile di canto sillabico e un andamento ritmico simile a quello del parlato. Nella Cenerentola non troviamo recitativi “accompagnati” – ossia realizzati per esteso e strumentati – intesi come pezzi autonomi; a questo genere appartengono tuttavia vari passi integrati nell’ambito dei numeri musicali, oltre alla scena che introduce il n. 6b e il recitativo che introduce l’aria di Ramiro...


Le prime rappresentazioni e l’opera a Torino


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