Lucia di Lammermoor

Teatro Regio, Martedì 21 Giugno 2011 - Domenica 3 Luglio 2011

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Libretti

Copertina di Lucia di Lammermoor

136 pagine
22 illustrazioni
28 tavole in b/n
prezzo 10,00 €
prezzo con il carnet 7,00 €

Disponibile

«Verranno a te sull'aure i miei sospiri ardenti»
Lucy Ashton da Edimburgo a Napoli

di Fulvio Stefano Lo Presti

[...] In una megalopoli americana del 2214 (si tratta naturalmente di New York), fitta come un banco corallino di colossali guglie-grattacieli-alveari le cui basi affondano nella nebbia e spazzata da un vortice incessante di sfreccianti aeromobili, non è detto che la cospicua fetta dei 200 miliardi di popolazione terrestre che ci vive debba nutrire aspirazioni e ambizioni, avere esigenze e bisogni, sensibilità ed emozioni, albergare timori e aspettative, angosce, vizi, vanità e virtù talmente divergenti da quelli dell’epoca attuale. Così perlomeno sembra suggerire, non privandosi di un compiaciuto quanto beffardo non-prendersi-troppo-sul-serio, il regista-scenarista (nonché scrittore) francese Luc Besson. Lo ha fatto nel godibilissimo The Fifth Element2, manifestando un ammirevole talento, con un valore aggiunto di stile e humour, nel cimentarsi con l’arcisfruttato filone delle catastrofi planetarie, incombenti o in atto, care al cinema di fantascienza...


«E Lucia l'acciar stringeva»: follia e omicidio
nell'opera italiana del secondo Ottocento.

di Romana Margherita Pugliese

Raimondo avanza trafelato e, radunata la folla, inizia il terribile resoconto di quella che doveva essere una notte di festa e gioia nuziale. Un gemito prolungato lo fa accorrere presso la camera degli sposi e lì si delinea la funesta visione: Arturo giace a terra insanguinato e Lucia stringe inebetita il pugnale che ha usato per colpirlo mortalmente. Un sorriso scomposto le increspa le labbra e un pallore insalubre le copre il volto, che ormai manifesta i chiari segni di una mente che vacilla nel delirio.
La «destra di sangue impura» è giustificata dai presenti con l’incasellamento di tale atto in perdita della ragione («Della mente la virtude a lei mancò!»), unica spiegazione rassicurante a un simile gesto eversivo, contrario all’imago idealizzata che caratterizza nella prima metà dell’Ottocento, e non solo, le eroine operistiche...


Lucy e Lucia. Dal libro alla scena e ritorno

di Corrado Rollin

Oggi, per fortuna, pare assodato anche in Italia che il romanticismo è incomprensibile senza analizzare quanto la musica conti come amplificatrice e suggeritrice di temi letterari. Prendiamo per esempio la commedia di Francesco Augusto Bon La donna dei romanzi (1819), in cui la giovane e ipersensibile Antonia – che in preda alla passione per Chateaubriand si fa chiamare Atala – entra in scena «vestita di nero, coi capelli in una affettata negligenza, s’avanza con passo incerto e sguardo stupido, quindi s’abbandona sopra una sedia» e si rivolge con trasporto alla fedele governante dicendole: «Va’, scendi nel giardino, raccogli il pallido giacinto, la smorta viola, la candida rosa, ed apparecchia la funerea ghirlanda che oggi cinger deve le tempia della sventurata tua figlia»1… Nel 1831 anche Donizetti si era divertito a prendere in giro la mania per la narrativa dell’orrore musicando la farsa La romanzesca e l’uomo nero che Domenico Gilardoni aveva tratto dall’originale di Bon...


Un ritratto

a cura di Alberto Bosco

Non più Bellini, non ancora Verdi: questo è per noi Donizetti, e non è un’idea ingannevole. Rispetto al suo collega siciliano, di poco più giovane, ma scomparso a soli trentaquattro anni, Donizetti coltivò una concezione più moderna dell’opera seria, più concentrata sullo svolgimento dell’azione che non sul potere affascinante del canto, osando anche a volte alternare registri bassi e alti per vivacizzare il dramma. Rispetto a Verdi, invece, Donizetti dovette adeguarsi a convenzioni e leggi di produzione che non prevedevano il controllo totale del compositore sulla propria opera e pertanto nei suoi melodrammi si ritrovano gli stessi temi cari al romanticismo risorgimentale, ma la definitiva affermazione di uno stile drammatico conforme a questi ideali e al gusto moderno si dovrà solo alla caparbia volontà di Verdi...


Ritorno dal passato

a cura di Giorgio Gualerzi

Alla ricerca della «vera» Lucia

«La Palazzesi Prima Donna si mostrò per valentissima cantante ed ottenne non dubbie testimonianze del pubblico aggradimento. Franchezza d’intuonazione, bella pronunzia, ed espressione nel canto sono i pregi ch’ella accoppia ad una limpida, estesa e robusta voce»1. Se ci si attendeva un chiarimento circa il tipo di soprano che, il 26 dicembre 1837, per la prima volta al Regio (e a Torino) si misurava in Lucia di Lammermoor, ciò che leggiamo in questa recensione ci lascia delusi.
In altre parole, se si trattava di stabilire, almeno con una certa approssimazione, quando il cosiddetto “soprano leggero” (o “coloratura”, per dirla all’anglosassone e alla tedesca), avesse cominciato a impadronirsi di Lucia (e di altri personaggi affini, o ritenuti tali), per poi tenerla costantemente in repertorio per almeno 70-80 anni, bisogna ammettere che la presenza di Matilde Palazzesi – soprano di chiara fama con alle spalle un decennio di prestigiosa carriera anche internazionale – non ha recato lumi in proposito...


Altre note

a cura di Michele René Mannucci

Parlando di Lucia di Lammermoor, di fronte all’innegabile maestria con cui Donizetti ha saputo calibrare ogni più piccolo spasimo dei personaggi entro un’architettura operistica a dir poco monumentale – donando a ogni prospettiva drammaturgica una sua propria e riconoscibilissima identità sonora senza tuttavia mai prescindere da un’organicità d’insieme mantenuta strenuamente fino all’ultima battuta – è curioso notare quanto siano poche le pubblicazioni critiche e musicologiche dedicate in maniera esclusiva a questo capolavoro donizettiano. Certo sono molti gli interventi focalizzati sui tópoi più famosi dell’opera (in primis la scena “della follia”, in assoluto la hit prediletta da critici d’ogni tempo e d’ogni dove eppure in parte ancor’oggi oscura e difficile da ricondurre a una prospettiva ermeneutica chiara e definitiva), ma di assumersi l’onere di un’analisi approfondita dell’intera partitura (magari anche a più mani e in momenti diversi, onde integrare efficacemente nel tempo prospettive ed approcci analitici di sempre nuova invenzione) per ora non se ne parla. Eppure, forse, questa strana condotta un senso ce l’ha...


Argomento - Argument - Synopsis


Struttura dell'opera e organico strumentale

a cura di Enrico M. Ferrando

Lucia di Lammermoor, melodramma “classico”, esibisce in modo esemplare la struttura “a pezzi chiusi” e l’articolazione in momenti lirici (i brani musicali veri e propri) e in segmenti narrativi (cui si affida lo sviluppo drammatico) che l’opera romantica italiana aveva ereditato dall’opera seria settecentesca. All’epoca di Lucia, d’altra parte, siamo ormai lontani dall’esasperata contrapposizione recitativo/aria dell’opera settecentesca. Il recitativo secco è tramontato da tempo e una drammaturgia più realistica e dinamica ha sostituito l’astratto schematismo dei sentimenti: a una statica effusione di “affetti” si preferisce lo scontro-confronto fra i personaggi. Così l’interesse si sposta sui duetti e sui pezzi d’assieme e, anche per quanto riguarda le arie, accanto a pagine convenzionali (come le arie doppie di Enrico e di Raimondo) troviamo momenti di notevole invenzione sul piano formale: così nella seconda aria doppia di Lucia – la famosa scena “della pazzia” – le differenze di registro espressivo tra i momenti lirici e quelli di connessione sono sfumate...