Boris Godunov

Teatro Regio, Martedì 5 Ottobre 2010 - Domenica 17 Ottobre 2010

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Libretti

Copertina del volume monografico su Boris Godunov

144 pagine
26 illustrazioni
29 tavole in b/n
prezzo 10,00 €
prezzo con il carnet 7,00 €

Disponibile

La folla sottomessa e la folla in rivolta:
le due versioni del «Boris Godunov» in una

di Richard Taruskin

In Russia, come ovunque nel resto d’Europa, l’Ottocento fu il grande secolo della storiografia. Durante il regno relativamente liberale di Alessandro II (1855-1881), lo zar emancipatore, anche la censura fece un passo indietro e per poco tempo lasciò che centinaia di scuole di pensiero si confrontassero liberamente. Be’, non proprio centinaia, ma almeno tre. Le più importanti furono:
– la vecchia scuola degli storici dinastici, inaugurata da Ivan Karamzin (1766-1826), lo “Storico Ufficiale” designato da Alessandro I, autore della monumentale Storia dello Stato russo in dodici volumi pubblicati a partire dal 1818 (l’ultimo apparso postumo). Quest’opera gettò le basi per la dottrina ufficiale secondo cui lo Stato russo era legittimato dal volere di Dio e si reggeva sui due pilastri dell’ortodossia religiosa e dell’autocrazia;
– una scuola “statista” neo-hegeliana, rappresentata in primo luogo da Sergej Solov’ëv (1820-1879), la cui Storia della Russia dai tempi antichi in ventinove volumi (incompiuta) era il resoconto più esaustivo sul passato russo mai tentato fino ad allora da un singolo autore. La sua visione della storia era teleologica, individuando in uno stato centralizzato forte il fine ultimo verso cui tende ogni azione e ogni pensiero progressista;
– una scuola “populista” che ebbe vita breve e poté esistere soltanto durante il sofferto allentamento della censura sotto Alessandro II. Il massimo esponente di questa tendenza, che propugnava una visione dal basso dei movimenti storici, fu Nikolaj Kostomarov (1817-1885), noto a tutti gli studiosi di musica russa per aver dichiarato nel 1874 che il Boris Godunov di Musorgskij costituiva un’autentica «pagina di storia»...


Il dramma shakespeariano di Puškin

di Nadia Caprioglio

«La mia tragedia è finita. L’ho riletta ad alta voce, da solo, battevo le mani e gridavo: “Evviva, Puškin, evviva, maledetto…”»1. È l’inizio di novembre del 1825, Aleksandr Puškin si trova al confino nella tenuta famigliare di Michajlovskoe a causa di una lettera intercettata dalla polizia in cui parla del proprio ateismo. Nel severo isolamento, «lontano dal mondo che raffredda ogni entusiasmo», si dedica a «studi coscienziosi», segue da lontano le dispute sul Romanticismo e porta a termine la scrittura di Boris Godunov, opera da cui ricava «tutto ciò di cui può deliziarsi uno scrittore: viva occupazione all’estro, intima convinzione di avervi dedicato ogni sforzo e, infine, approvazione di pochi eletti…»2.


L’odore della paura.
Il «Boris Godunov» secondo Konchalovsky

di Luca Del Fra

«Per fortuna ho mollato, di certo non potevo diventare un Evgenij Kissin. Ma mia madre sognava di avere un figlio pianista, così sono arrivato alle classi del Conservatorio di Mosca e forse proprio perché ero compagno di corso e amico di Vladimir Aškenazi e avevo sotto gli occhi i suoi progressi, mi sono reso conto che mai sarei diventato un grande alla tastiera. Così lasciai perdere e cominciai a occuparmi di regia, teatro e cinema. Malgrado il dispiacere di mia madre, direi che è andata meglio».
Rammenta così il suo passato di pianista in erba Andrei Konchalovsky, nome d’arte di Andrej Sergeevič Michalkov, adottato anche per distinguersi dal fratello Nikita, pure lui regista...


Un ritratto

a cura di Alberto Bosco

Per chi è abituato a classificare gli uomini in forti e deboli, Modest Petrovič Musorgskij, nato nel 1839, figurerebbe sicuramente tra i secondi. Egli stesso riconosceva che al fondo del suo carattere era una certa «innata debolezza», una mollezza – tutta russa si potrebbe dire – contro la quale da giovane cercò di reagire (pare con docce fredde e altri rimedi pseudo-positivistici), ma che poi finì per accettare con ironia come parte del suo temperamento. Temperamento che sarebbe riduttivo far coincidere con questo lato del suo carattere, come purtroppo è avvenuto per anni nelle cronache musicali, fino a trasformare la figura di questo artista complesso e sfuggente in una sorta di Oblomov della musica...


Ritorno dal passato
Torino alla ricerca del “vero” «Boris Godunov»

a cura di Giorgio Rampone

«Tempo verrà…»1, scrisse Andrea Della Corte quando Boris Godunov, per la prima volta, fu portato al di fuori delle scene del Regio, al Vittorio Emanuele, nel 1928. L’auspicato futuro riguardava l’abbandono della revisione di Rimskij-Korsakov, all’epoca imperante nella prassi teatrale di tutto il mondo. Sembra percepibile, nell’espressione usata dal critico della «Stampa», la consapevolezza di un’attesa non breve, come in effetti fu. In Italia l’originale sarà conosciuto solo nel 1940, al Maggio Fiorentino2, con riferimento alla seconda versione (1872), mentre la prima versione (1869) verrà proposta dal Festival di Spoleto nel 1971, con l’ambiziosa etichetta di “Ur-Boris”, in verità un po’ arbitrariamente attribuita3...


Altre note

a cura di Michele René Mannucci

Ogni secolo musicale, si sa, ama sfoggiare al centro del proprio gonfalone non solo i nomi di coloro che lo resero grande, ma anche, e soprattutto, gli stili e i trend musicali che lo hanno caratterizzato in maniera particolare entro il perpetuo divenire del linguaggio musicale universale. Ma se il Trecento ha la sua ars nova, il Cinquecento le sue chansons e i suoi madrigali e il Sei-Settecento il suo melodramma e la sua produzione cameristica, con l’Ottocento – complice l’incedere di quel turbine romantico che vide stravolgere completamente linguaggi, stili e tecniche compositive delle tante Europe musicali d’Occidente e d’Oriente – la faccenda si complica non poco, e trovare una cifra stilistica unitaria o anche solo un pallido fil rouge che in qualche modo possa legare tra loro le diverse esperienze compositive non è per niente facile...


Argomento - Argument - Synopsis


Struttura dell'opera e organico strumentale

a cura di Enrico Maria Ferrando

Di Boris Godunov esistono, sostanzialmente, due versioni principali. La prima (1869) è quella che Musorgskij sottopose al vaglio della commissione per la valutazione di nuove opere del Teatro Mariinskij. In seguito alla valutazione negativa della commissione, Musorgskij rielaborò profondamente Boris, in ciò facilitato anche dalla sua struttura a pannelli relativamente indipendenti. La seconda versione dell’opera, completata nel 1872 e andata poi in scena nel 1874, rispetto alla versione originale include nuovi quadri e altri ne omette, come si può osservare in questa sinossi:...