I Lombardi alla prima crociata

Teatro Regio, Martedì 17 Aprile 2018 - Sabato 28 Aprile 2018

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Libretti

Copertina del volume monografico su I Lombardi alla prima crociata

152 pagine
34 illustrazioni
31 tavole in b/n
prezzo 12,00 €
prezzo con il carnet 8,00 €

Disponibile

Le dirò con due parole...

a cura di Luca Rossetto Casel

Nell’immaginario collettivo, quello del melomane della strada (esisterà poi davvero?), I Lombardi alla prima crociata incarna una sorta di quintessenza del melodramma primo-ottocentesco. C’è proprio tutto: una vicenda densa di personaggi dai nomi bizzarri, peripezie, colpi di scena, situazioni d’impatto – e del genere di più sicura presa: conversioni, maledizioni, agnizioni (può mai darsi un’opera senza maledizioni e agnizioni?); ci sono momenti di virtuosismo individuale, ora pirotecnici ora di prezioso intimismo, grandiose scene di massa, squarci orchestrali di trascinante incandescenza. Quasi un prontuario del melodramma, insomma, e non per frutto del caso: la natura paradigmatica dei Lombardi risponde a un progetto preciso, elaborato con perizia, senso del teatro e degli affari.
Andata in scena al Teatro alla Scala di Milano l’11 febbraio 1843, I Lombardi alla prima crociata nasce sull’onda del successo travolgente incontrato da Nabucco sullo stesso palcoscenico nella primavera precedente, col più che comprensibile intento di rinnovarlo e di consegnare definitivamente l’astro nascente del giovane Verdi all’empireo dei grandi...


I Lombardi alla prima crociata e le sperimentazioni
del laboratorio verdiano

di Paolo Gallarati

Dopo lo straordinario successo di Nabucco, rappresentato alla Scala nel 1842, Verdi e il suo librettista Temistocle Solera ricevono dall’impresario della Scala, Bartolomeo Merelli, la commissione per un’opera da rappresentarsi nel carnevale del 1843. La scelta del soggetto cade su I Lombardi alla prima crociata, «dramma lirico» in quattro atti tratto dal poema omonimo in quindici canti di ottave, a imitazione del Tasso, che Tommaso Grossi aveva pubblicato nel 1826. Con quest’opera, rappresentata con enorme successo l’11 febbraio 1843, entriamo nel vivo del laboratorio di Verdi che impone al melodramma italiano un nuovo ritmo drammatico e una rivoluzionaria forza espressiva.
Se Nabucco apparteneva al genere dell’opera corale, come il Mosè in Egitto di Rossini e la sua versione francese, Moïse et Pharaon, conosciuta in Italia nella traduzione di Calisto Bassi, I Lombardi, pur facendo ampio uso di cori, impegnano Verdi in due nuovi filoni di ricerca: la resa dei drammi individuali e l’accentuazione dei contrasti...


La nascita del libretto

di Eduardo Rescigno

I. Le stanze di Tommaso Grossi

Il 14 settembre del 1820, nel poscritto a una lettera inviata a Carlo Porta, Tommaso Grossi, da Treviglio, scrive:

Non so se tu abbi la storia delle crociate, caso che sì e che non fosse occupata vorrei pregarti a mandarmela che ho voglia di leggerla; se non l’hai, o se ecc., dì al Rossari che me la cerchi da Visconti che l’ha1.

Grossi aveva congedato, proprio in quei giorni, la sua novella in versi Ildegonda: ricevuto il visto della censura il 25 agosto, l’editore milanese Vincenzo Ferrario era passato alla stampa dei mille esemplari a spese dell’autore; e a metà settembre se ne era iniziata la vendita, una vendita coronata dal più ampio successo, se già il 30 dello stesso mese di settembre il Porta poteva annunciare al Grossi che ne erano state vendute quasi trecento copie, sufficienti a pagare le spese e a permettere un piccolo guadagno. Congedata dunque l’Ildegonda – destinata ad avere un futuro anche musicale a cura di Temistocle Solera – Grossi pensa a un nuovo argomento, a una nuova novella in versi che è il genere di moda, e che già gli ha dato il successo con La fuggitiva (nel 1816 in milanese, l’anno seguente in traduzione italiana). Il poscritto del 14 settembre è la prima notizia a noi nota dell’interesse grossiano per l’argomento della prima crociata...


Un ritratto

di Alberto Bosco

Quanta gente ancora crede che Giuseppe Verdi sia nato in una famiglia di contadini? Chissà, certo è che di tutti i miti che nei secoli, in particolare nel XIX, si sono sovrapposti alla figura storica di questo compositore, quello delle sue origini contadine è il più rivelatore e da lì si può partire per tracciarne un ritratto. Tecnicamente parlando, Verdi, contadino non lo nacque, ma lo diventò. Era, infatti, nato in una frazione di Busseto che si chiama Roncole – e forse l’assonanza con roncola, attrezzo contadinesco, può aver influito sulla nascita della leggenda – ma suo padre era un oste, sua madre una filatrice e la sua educazione fu borghese. In più, i genitori furono abbastanza aperti da non ostacolare la vocazione del figlio che, seppur instradato un po’ tardi a quella carriera e non aiutato da un talento eccezionalmente spiccato, era quanto mai ostinato a fare di sé un musicista. Secondo alcuni, ricevette addirittura una formazione più ordinata nelle belle lettere – si era pensato di farlo sacerdote – che non in musica, non avendo avuto ad esempio la fortuna di un Rossini di incontrar per la sua strada un maestro del calibro del padre Mattei
all’età dovuta...


Un’orchestra che canta con le voci.
Michele Mariotti al debutto nei Lombardi

a cura di Susanna Franchi

Lui, che è pesarese, ha diretto e dirige tantissimo il concittadino Rossini, ma ha debuttato sul podio con il verdiano Simon Boccanegra. E proprio a Verdi, soprattutto a quello giovane, dichiara il suo amore incondizionato. Lui è Michele Mariotti, e dirige per la prima volta I Lombardi alla prima crociata.

Ogni volta che si parla dei «Lombardi» scatta immediato il paragone con «Nabucco », che è l’opera che la precede: stesso librettista, Solera, stesso impianto con la Storia (con la S maiuscola) che si intreccia con la storia (con la s minuscola), un coro importante («O signore, dal tetto natio»)… Eppure il paragone rischia di essere schiacciante.

Rossini non ha mai seguito un percorso temporale che corrisponda a uno sviluppo compositivo: Ermione è molto più moderna di Semiramide, che viene cronologicamente dopo ed è una cattedrale del belcanto. In Verdi c’è invece un costante progresso, una maturazione di scrittura; così ci stupiamo che chi ha scritto Un giorno di regno abbia poi scritto Falstaff, mentre non ci stupiamo che Rossini abbia scritto L’occasione fa il ladro e Otello. Ho fatto questa premessa storica per arrivare a dire che non bisogna mai fare confronti. Io amo molto il primo Verdi, mi piace la purezza, il contenuto, la sinteticità, la freschezza, il messaggio di queste opere...


Da Jérusalem ai Lombardi : un allestimento per due opere.
A colloquio con Stefano Mazzonis di Pralafera

a cura di Marco Leo

Nel 1847 – anno di intensa attività, che già aveva visto il debutto di Macbeth a Firenze e dei Masnadieri a Londra – Verdi ricevette la prima, ambita commissione dall’Opéra di Parigi, aspirazione e tappa fondamentale della carriera di ogni operista europeo della sua generazione. A fronte dell’incarico, il compositore – un po’ per i tempi stretti in cui si trovò a lavorare, un po’ per la prudenza legata a una così importante occasione – decise di
percorrere la strada già tracciata da Rossini e Donizetti nei decenni precedenti, e cioè di rielaborare in forma di grand opéra un titolo del proprio catalogo italiano. La scelta cadde sui Lombardi alla prima crociata, che aveva visto la luce quattro anni prima al Teatro alla Scala, e che per il tema storico e la presenza di imponenti scene di massa risultava particolarmente vicino alle aspettative del pubblico parigino. Nacque così Jérusalem, che debuttò il 26 novembre 1847.
A lungo ci si è chiesti se I Lombardi e Jérusalem siano due opere autonome, o se la seconda debba essere considerata una versione francese della prima (una semplice traduzione no, questo è poco ma sicuro)...


Argomento - Argument - Synopsis - Handlung


Struttura dell'opera e organico strumentale

di Enrico Maria Ferrando

Quarta opera di Verdi, I Lombardi alla prima crociata apre idealmente i cosiddetti “anni di galera”. Con quell’espressione il Maestro definiva i primi anni della propria carriera, in un’epoca in cui il diritto d’autore non esisteva e la preoccupazione dei compositori era di ottenere il maggior numero possibile di scritture. Era normale che un autore sfornasse tre o quattro nuovi titoli ogni anno. Questa frenetica produttività era resa possibile da un sistema di convenzioni formali che consentivano a librettista e compositore di risparmiare tempo. La tradizionale struttura “a numeri chiusi”, in particolare, risultava particolarmente adatta a un meccanismo creativo di questo tipo, che tuttavia impediva che si introducessero significative innovazioni formali e stilistiche. Di qui una certa immagine riduttiva solitamente affibbiata alle opere verdiane giovanili, come di lavori prodotti meccanicamente, frutto di una forzata accettazione di stereotipi. Ma, quanto più si approfondisce la conoscenza dei singoli titoli, tanto più si rimane colpiti dalla fantasia e dall’originalità con cui il Maestro si serviva – più che subirli – degli standard formali dell’epoca, piegandoli alle proprie intuizioni drammaturgiche...


Le prime rappresentazioni e l’opera a Torino


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