L’Orfeo

Teatro Regio, Martedì 13 Marzo 2018 - Mercoledì 21 Marzo 2018

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Libretti

Copertina del volume monografico su L'Orfeo

128 pagine
42 illustrazioni
26 tavole in b/n
prezzo 12,00 €
prezzo con il carnet 8,00 €

Disponibile

Le dirò con due parole...

a cura di Marco Leo

Il 24 febbraio 1607 – data in cui L’Orfeo monteverdiano andò in scena nel Palazzo Ducale di Mantova – può essere considerato il giorno di nascita del teatro d’opera? La risposta non è necessariamente univoca. No, se ci si attiene ai semplici dati storico-numerici. Infatti, negli anni precedenti, in ambiente fiorentino, erano state date diverse rappresentazioni teatrali in musica (Euridice di Peri, Caccini e Rinuccini, altre favole mitologiche e «intermedi» di cui sono rimaste tracce parziali), delle quali Monteverdi era a conoscenza e forse era stato diretto testimone; anzi, la composizione dell’Orfeo rispose al progetto dei Gonzaga di importare a Mantova il nuovo genere nato alla corte dei Medici. Tuttavia, non si può negare che la «favola in musica» di Monteverdi si stagli, in questo panorama operistico germinale, per originalità, monumentalità e ricchezza; che sia stata la sola ad avere – anche al di là delle intenzioni di compositore e committenti – una serie di riprese negli anni e nei decenni successivi; e che sia l’unica a essersi ritagliata uno spazio nel repertorio dei teatri lirici a noi contemporanei. Perciò, chi si riferisca ad essa come alla “prima opera”, per quanto impreciso possa essere, non è completamente nel torto...


Innovazione e sperimentazione nell’Orfeo di Monteverdi

di Mauro Calcagno

Commentando una sua messa in scena fiorentina dell’Orfeo nel minuscolo Teatro Goldoni nel 1998, il compianto Luca Ronconi evocava, della prima mantovana del 24 febbraio 1607, «la verginità, la freschezza, la poesia di un rapporto aurorale fra ascoltatori e artisti, ma anche lo stupore dello spettatore che per la prima volta vede rappresentata una nuova forma d’arte, di cui ignora gli sviluppi»1. Uno dei modi per relazionarsi a tale intimità fra spettatori e cantanti consistette, in quella rappresentazione fiorentina (in occasione delle celebrazioni per i 400 anni dalla nascita dell’opera in musica), nell’allargamento dello spazio scenico alla platea, privata quindi di pubblico, che assisteva dai palchi. La prima rappresentazione della «favola in musica» L’Orfeo (non ancora “opera”) avvenne infatti in una stanza del Palazzo Ducale di Mantova e non in un teatro o spazio pubblico...


Il tradimento di Orfeo

di Andrea Cannas

Come una sorta di mappa genetica, il mito custodisce una teoria di informazioni sulle modalità adottate da un gruppo sociale per organizzare la propria conoscenza del mondo: per questa ragione è oggetto dell’interesse di varie discipline che, nei differenti approcci, riconoscono le ragioni anche etimologiche che spingono a considerare in primo luogo il mito come racconto. Da un punto di vista prettamente letterario, la definizione più corretta si può desumere da un’ardita metafora del semiologo Lotman1, il quale spiega come la narrazione mitologica non proceda affatto in modo lineare e si qualifichi invece come una struttura a “cespo di cavolo” dove «ogni foglia ripete con note varianti tutte le altre» in «un’eterna ripetizione dello stesso nucleo profondo di intreccio». Ovvero, il mito non è mai un racconto definito una volta per tutte, anche perché quando viene “immobilizzato” si trasforma in dogma e muore, ma è piuttosto un intrico di storie che gravitano attorno a un archetipo fantasmatico e inattingibile, al quale ci si approssima per successivi tentativi più o meno fruttuosi...


Un ritratto

di Alberto Bosco

Quando si pensa al posto che occupa Monteverdi nella storia della musica è facile lasciarsi fuorviare dalla traiettoria della sua carriera di compositore, una traiettoria che è comodo dividere in due fasi apparentemente separate, le cui molteplici tappe si possono così riassumere in modo schematico: formazione secondo il linguaggio polifonico della tradizione con Marc’Antonio Ingegneri a Cremona e primi passi nel mondo del madrigale seguendo i modelli di Marenzio e Luzzaschi; rivelazione di un drammatismo più libero e appassionato nella musica di Giaches de Wert, maestro di cappella a Mantova, e inizio di una fase di graduale ampliamento delle possibilità espressive della forma del madrigale; pubblica polemica con Giovanni Maria Artusi, che lo accusava di infrangere i principi della buona composizione, e conseguente presa di coscienza da parte di Monteverdi della direzione in cui si dovrà muovere il suo stile, che egli chiamerà «seconda prattica», per distinguerla dalla «prima»; sviluppo risoluto di questo nuovo stile “rappresentativo” che, dal 1605 circa in poi, porterà alla radicale trasformazione ed esaurimento del genere del madrigale e alla composizione delle prime opere di corte (Orfeo, Arianna)...


Un viaggio tra Natura e Anima.
Appunti sull’Orfeo

di Alessio Pizzech

L’Orfeo di Monteverdi è una favola in musica che vive in perenne equilibrio tra buio e luce, dove la rappresentazione della Natura, con i suoi colori, racconta e contrappunta la narrazione emotiva che si dipana nel canto.
La trama dell’opera si snoda lungo una successione di quadri: rappresentazioni dell’inverno freddo glaciale degli Inferi, che annienta ogni possibile sogno di futuro, seguono a paesaggi di prati, distese luminose di fiori primaverili, che nutrono le aspirazioni dell’anima, in un’alternanza che ci restituisce la magia delle modulazioni musicali e spirituali dell’anima del protagonista, sospesa nel tempo e nello spazio.
L’opera si apre con il racconto della Musica, una personificazione di straordinaria bellezza e luce capace di sedurci con il suo abito che, come un cantastorie popolare, rivela l’apertura del sipario sulla scena e ci permette di entrare nella magia del racconto.
Il primo atto ci immerge nella primavera. «Prati verdi / veste di fior la primavera i campi / dispiega il sol più chiaro i rai lucenti / che’ splendente caligine ne adorna»: queste le parole chiave per creare l’ambiente dove ninfe e pastori danno vita al rito nuziale di Orfeo ed Euridice...


L’antico e il moderno dell’Orfeo.
Intervista ad Antonio Florio

a cura di Stefano Valanzuolo

Antonio Florio ha un amore dichiarato e una passione privilegiata per l’opera napoletana del Sei e Settecento. Monteverdi e «L’ Orfeo» sembrano rappresentare, dunque, una sorta di digressione dal milieu più familiare.

Diciamo che L’Orfeo costituisce una novità, per quanto riguarda la mia esperienza specifica di direttore. È un titolo intorno al quale giro da anni, avendolo studiato e approfondito in termini storici e di scrittura, ma non l’ho mai diretto fino ad oggi. Non mi sento vincolato, in tutta sincerità, a una fetta di repertorio esclusiva e ristretta. Nella musica esistono intrecci più o meno dichiarati tra epoche, stili e ambiti culturali anche non immediatamente assimilabili, e il fatto di inseguirli e coglierli, ogni qualvolta capiti, rappresenta un valore aggiunto per il direttore d’orchestra curioso. La musica è materia viva, in continuo divenire, azionata di frequente da meccanismi di azione e reazione; dunque, stimolante e senza compartimenti stagni...


Le prime rappresentazioni e l’opera a Torino

a cura di Giorgio Rampone

Dal 1610 al 2018: breve storia di quattro secoli dell’Orfeo a Torino

Secondo quanto ampiamente illustrato da Alberto Basso1, una rappresentazione a Torino, alla corte di Carlo Emanuele I, della favola pastorale di Monteverdi nel gennaio 1610, a poco meno di tre anni dall’esordio mantovano, a rigore deve essere considerata solo un’ipotesi, in assenza di una documentazione diretta e inequivocabile. L’autorevole studioso non la ritiene peraltro improbabile, in quanto sorretta da indizi non labili, a cominciare da alcuni riferimenti nella corrispondenza da Torino – dove era ospite a corte con la consorte Margherita per il Carnevale – fra il Principe Francesco Gonzaga e Alessandro Striggio junior, librettista dell’Orfeo. Ci sono, in aggiunta, il fatto della presenza certa a Torino per quelle feste del tenore aretino Francesco Rasi, “creatore” della parte eponima, e quello, piuttosto verosimile, di una messa in scena dell’opera (con lo stesso Rasi) in febbraio a Casale, all’epoca governata dai Gonzaga. Poiché i Savoia in tale occasione erano stati a loro volta invitati nella città del Monferrato e vi erano giunti con i propri musicisti, Basso ritiene di poter concludere «che l’Orfeo dopo la rappresentazione torinese fu portato in scena anche a Casale»2.


Argomento - Argument - Synopsis - Handlung


Struttura dell’opera e organico strumentale

a cura di Enrico M. Ferrando

La struttura complessiva de L’Orfeo fa riferimento in modo esplicito alla tragedia classica: cinque atti preceduti da un breve prologo, che si svolgono rispettando le classiche unità di tempo e di azione (ma non quella di luogo). Il tutto è preceduto da una toccata strumentale: un breve pezzo per ottoni musicalmente svincolato dall’opera, dalla pura funzione di richiamo, per segnalare l’inizio della rappresentazione.
In questo lavoro – primo compiuto esempio di un genere destinato a un’immensa fortuna – confluiscono forme consolidate della polifonia tardo-rinascimentale e le nuove tecniche di canto a una sola voce sviluppate in particolare a Firenze sul finire del XVI secolo. Nell’insieme l’opera si articola in una successione di pezzi autonomi, di respiro tendenzialmente breve. Ma nella loro successione è evidente la ricerca di un’unità formale complessiva. Assai spesso la loro ripresa – oltre a conferire coesione all’insieme – definisce esplicite simmetrie: si osservi la ripresa dei nn. 4 e 6 (nn. 8 e 9) che conferisce al primo atto una forma “ad arco”...


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