Katia Kabanova

Teatro Regio, Mercoledì 15 Febbraio 2017 - Giovedì 23 Febbraio 2017

Libretti

Copertina del volume monografico su Katia Kabanova

120 pagine
39 illustrazioni
24 tavole in b/n
prezzo 12,00 €
prezzo con il carnet 8,00 €

Disponibile

Le dirò con due parole...

a cura di Marco Targa

Sul finire degli anni Dieci del Novecento il nome di Leoš Janáček aveva ormai raggiunto la fama in tutta Europa: Jenůfa, un’opera scritta nel 1904, era finalmente riuscita a varcare i confini cechi grazie alla traduzione tedesca di Max Brod. Questo successo tardivo consentì al compositore di diminuire sensibilmente l’attività didattica e dedicarsi con più libertà alla composizione, soprattutto nel suo genere di predilezione, quello operistico. Accadde allora qualcosa che nella storia della musica è forse un caso più unico che raro: nel catalogo del compositore iniziarono a fiorire nel giro di pochi anni un numero eccezionale di capolavori, con una frequenza sconosciuta ai precedenti sessant’anni della sua vita...


La drammaturgia stratificata di Káťa Kabanová

di Andrea Malvano

Non si sa con certezza se Leoš Janáček fosse presente alla rappresentazione di Uragano, andata in scena il 29 marzo del 1919 al Teatro di Brno. Ma senza dubbio ricevette in quel periodo il suggerimento di Václav Jiřikovsý, che vide nel soggetto uno straordinario potenziale melodrammatico. L’avvicinamento a un autore come Aleksandr Nikolaevič Ostrovskij, non deve stupire: Janáček aveva sempre avuto un debole per la produzione letteraria russa, fin dalla rapsodia sinfonica Taras Bul’ba, ispirata all’omonimo romanzo di Gogol’. E poi quel testo lavorava su un tema vicino all’emotività del compositore, caduto proprio nel 1917 nella rete della tentazione adulterina, in seguito alla conoscenza della giovane Kamila Stössova: un fuoco bruciato forse solo a livello epistolare, ma destinato a lasciare strascichi in tutta la produzione di quegli anni, a partire da quel Diario di uno scomparso, che lascia i protagonisti consumare il loro desiderio sulle note di un passionale Intermezzo erotico. La colpa ricade come una scure sulla testa del pio Jan, costretto a fuggire dalla sua famiglia per evitare l’onta di uno sguardo censorio...


I silenzi di Káťa

di Marco Angius

A quasi 100 anni dalla sua composizione, Káťa Kabanová appare oggi in tutta la sua rinnovata bellezza. Le meraviglie di questo gioiello del Novecento non risiedono solo nella speciali caratteristiche della partitura (anzi dovremmo dire delle partiture visti i ritocchi degli interpreti storici, i frammenti ritrovati, le riduzioni eteronome dello spartito), quanto nel fascino intatto che emana il suo lirismo inconsueto e compenetrato a un senso infallibile della drammaturgia musicale.
Peraltro la calligrafia quasi illeggibile con cui Janáček consegnava i suoi manoscritti all’editore è stata spesso causa di incomprensioni e interventi successivi, non sempre ideali e legittimi. È noto l’atteggiamento anti-accademico del compositore, la cui poetica è basata piuttosto su una prassi concreta dell’agire musicale ben distinta dalla redazione scritta e lontana da un’esecuzione testamentaria del suo pensiero creativo – dato su cui punta invece l’esegesi filologica, decifrando il segno prima che si faccia suono...


Ragione e sentimento sulle rive del Volga

di Nadia Caprioglio

Aleksandr Ostrovskij (1823-1886), con le sue quarantasette opere teatrali, è considerato il fondatore del teatro nazionale russo ed è ancor oggi l’autore più rappresentato in Russia. La sua opera teatrale più famosa, Uragano (Groza), allestita per la prima volta il 16 novembre 1859 al Malyj Teatr di Mosca e pubblicata nel 1860, era così popolare che aveva avuto più di tremila rappresentazioni sulla scena russa quando, il 23 novembre 1921, al Teatro Nazionale di Brno, ci fu la prima esecuzione di Káťa Kabanová, l’opera di Leoš Janáček tratta dal dramma.
Con un’espressione un po’ astiosa Turgenev aveva definito Ostrovskij lo «Shakespeare della classe mercantile russa», facendo riferimento all’ambiente che l’autore conosceva bene, grazie alle frequentazioni del padre, avvocato, e al lavoro decennale, dopo gli studi giuridici all’Università di Mosca, nei tribunali, dove aveva accumulato una preziosa esperienza1. Quando comincia a dedicarsi all’attività teatrale, è subito classificato tra i “progressisti” e guardato con sospetto dalle autorità fino ad essere costretto a dare le dimissioni dal Tribunale del Commercio...


Un ritratto

a cura di Alberto Bosco

L’autentico miracolo di Janáček non è tanto quello di avere raggiunto la notorietà a sessant’anni suonati e di aver scritto da quel momento in poi quasi tutti i suoi capolavori in soli dodici anni, quanto piuttosto quello di essere uno dei pochissimi musicisti che nonostante uno stile riconoscibilmente moderno e antiromantico sia allo stesso tempo capace di trasmettere con la sua musica un senso di ottimismo e di pienezza vitale. E in parte i due miracoli sono intrecciati tra loro, perché proprio l’isolamento provinciale della sua città, Brno – la capitale della Moravia, regione ceca più rurale e marginale rispetto alla Boemia, in cui Janáček passò, sconosciuto al mondo, la maggior parte della sua vita –, costituì una specie di guscio in cui il suo personalissimo stile poté svilupparsi e poi rivelarsi come una sorpresa sulle scene internazionali nell’anno 1916, quando la sua opera Jenůfa (di una dozzina d’anni prima) fu data con grande successo a Praga per iniziativa dell’amico Max Brod, quello stesso che salvò e divulgò l’opera di Kafka...


Argomento - Argument - Synopsis


Struttura dell’opera e organico strumentale

a cura di Enrico M. Ferrando

Sul finire del XIX secolo Janáček dedicò studi approfonditi al canto popolare ceco, indagando in particolare il rapporto tra l’organizzazione metrica e la melodia. La lingua ceca ha una struttura di tipo quantitativo – ad avere rilievo metrico è la distinzione tra sillabe lunghe e brevi – diversamente dalle lingue occidentali moderne, nelle quali invece il metro è determinato dall’alternanza di sillabe accentate e non-accentate, ma strutturalmente assimilate per quanto attiene la durata. Janáček matura quindi la convinzione che nel canto popolare boemo la melodia sia una diretta proiezione del substrato metrico della parola, e che melodia e parola siano perciò strettamente correlate (e non sia dunque concettualmente possibile una melodia concepita astrattamente dalle parole). Così anche nel suo linguaggio operistico la parola cantata è modellata direttamente sulle inflessioni del linguaggio parlato, e i temi strumentali sono a loro volta un’amplificazione della parola cantata. «Non ci si potrà pertanto sorprendere – osserva Franco Pulcini – che i motivi siano sempre brevi, telegrafici, o costituiti di iterazioni di un frammento»...


Le prime rappresentazioni e le opere di Leoš Janáček a Torino


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