Pagliacci

Teatro Regio, Mercoledì 11 Gennaio 2017 - Domenica 22 Gennaio 2017

Libretti

Copertina del volume monografico su Pagliacci

112 pagine
34 illustrazioni
19 tavole in b/n
prezzo 12,00 €
prezzo con il carnet 8,00 €

Disponibile

Le dirò con due parole...

a cura di Marco Targa

«La commedia è finita». È l’ultima battuta che sentiamo pronunciare da Tonio (o da Canio, se gli interpreti vogliono seguire una diffusa abitudine esecutiva non scritta in partitura) nei Pagliacci di Leoncavallo, opera che debuttò nel 1892 al Teatro Dal Verme di Milano. Quello cui si assiste è però una violenta tragedia: un marito pazzo di gelosia accoltella a morte la moglie e il suo amante sulle tavole di un rozzo palcoscenico di strada, dove i due coniugi stanno mettendo in scena una commedia dell’arte. Se è vero che non c’è niente di più comico di una tragedia che finisce in commedia, è vero anche il suo contrario: niente è più tragico di una commedia che finisce in tragedia. Leoncavallo intuì come sfruttare questa regola del teatro per costruire quello che sarebbe stato il suo maggior successo operistico, destinato ad essere fin da subito accoppiato alla Cavalleria rusticana, in un dittico che avrebbe sancito il successo del verismo italiano in tutto il mondo...


Pagliacci: la realtà allo specchio

di Michele Girardi

Il dibattito intorno al verismo in letteratura era iniziato da un decennio in Italia quando Mascagni fece deflagrare la questione nel teatro musicale, sbaragliando gli avversari alla seconda edizione del concorso bandito dall’editore Sonzogno per opere nuove in un atto (che Puccini aveva perso al primo turno, con Le Villi, nel 1883) e mettendo alla luce di tutte le ribalte la sua Cavalleria rusticana nel 1890 al Costanzi di Roma2. Gl’ingredienti di questo successo clamoroso furono una realtà regionale siciliana di sapore “esotico” in primo piano, dove i ceti bassi venivano innalzati agli onori del palcoscenico e i sentimenti ridotti a meccanismi biologici “fotografati” musicalmente, mentre il canto trapassa nel grido delle donne che lacera l’illusione scenica, siglando l’opera. Era la prima volta, se si eccettuano la versione rivista di Mefistofele (1875) e La Gioconda (1876), punte di diamante del periodo “scapigliato”, che si affermava in modo tanto clamoroso in Italia un lavoro che non fosse stato scritto da Verdi. Ed era anche il primo calcolato tentativo di andare incontro alla crescita numerica delle platee e di contrastare l’ascesa di altre forme di spettacolo, assecondando gusti presumibilmente meno esigenti a livello di qualità, ma più insaziabili a livello di consumo e funzionalità del meccanismo drammatico3...


Un ritratto

a cura di Alberto Bosco

Tra i compositori della cosiddetta Giovane Scuola – ovvero tra gli operisti italiani nati intorno al 1860 impegnati a portare il melodramma oltre la lezione di Verdi – Leoncavallo fu dal punto di vista musicale il più scapigliato. Il suo stile diseguale e tutto effetti, giocato sull’alternanza di spensieratezza e sentimentalismo, di intellettualismi e violenza animalesca, la spregiudicatezza nel rappresentare volgarità e mancanza di ideali morali fanno della sua opera un documento privilegiato in cui leggere le spinte che muovevano gli artisti europei a superare le forme d’arte ottocentesche. Infatti, lungi dall’essere una continuazione spirituale del romanticismo, la scapigliatura e le opere della Giovane Scuola furono un consapevole ribaltamento, quando non una dissacrazione, del mondo morale cantato da Verdi e dalla generazione risorgimentale. Leoncavallo si adeguò in tutto e per tutto alla nuova sensibilità, adottandone le soluzioni stilistiche e tecniche, ma non sentì mai il fondo elegiaco e crepuscolare che ne era l’origine, e che è l’unico germe d’umanità capace di riscattare artisticamente il decadentismo e dare unità a quella congerie di spunti centrifughi che fu il gusto fin de siècle...


Pagliacci come un film neorealista.
Intervista a Gabriele Lavia

a cura di Susanna Franchi

«Il teatro e la vita non son la stessa cosa» canta Canio: un regista inizia da lì per mettere in scena «Pagliacci»?

«Pagliacci è un’opera molto articolata. Non sono io a dirlo: l’ha detto prima di me Leoncavallo, che ha costruito qualcosa di molto complesso e filosofico. È tutto detto nel prologo, secondo la tecnica o la poetica del verismo, dove i temi folgoranti dell’opera sono già tutti espressi. La prima cosa interessante è che il “personaggio” del prologo, Tonio, entra discretamente chiedendo permesso, e timidamente dice due volte: “si può?”; non entra prepotentemente dicendo: “eccomi qua!”. Non è un dettaglio. Poi dice una frase fondamentale: “Un nido di memorie in fondo a l’anima cantava un giorno”. Attenzione: questa è una citazione platonica. Nelle sue definizioni dell’anima Platone parla di un blocco di cera impresso (è quello che sei, puoi essere santo o artista) e di una colombaia, come un nido di uccelli nel quale vengono introdotte le conoscenze, dove vengono introdotti i ricordi, ed è un dono di Mnemosine, la dea della memoria. Quindi l’impostazione filosofica di Leoncavallo è chiara, fin dall’inizio ci mette sull’avviso che sta per iniziare qualcosa di molto complesso, trascendente il mero fatto di cronaca cui si ispira la vicenda. A noi di questo interessa poco, a noi interessa in quanto trasfigurazione poetica che va messa in scena, da parte di un regista, con molta cura, con molta attenzione per le parole, per i temi, per come si riproducono costantemente: è bello ripercorrere il pensiero di Leoncavallo»...


Argomento - Argument - Synopsis


Struttura dell’opera e organico strumentale

a cura di Enrico M. Ferrando

La struttura complessiva di Pagliacci, che segue esplicitamente il modello di Cavalleria rusticana di Mascagni, è in due atti asimmetrici – il primo, più lungo, funge da introduzione ambientale esponendo i presupposti del dramma, che si sviluppa e precipita nel secondo – preceduti da un Prologo. L’articolazione interna assume come unità la “scena”; all’interno di ciascuna scena, peraltro, sono esplicitamente individuati elementi formali autonomi: la Ballatella [9] di Nedda, la Serenata [16] di Arlecchino, oltre a momenti dalla funzione esornativa come il Coro delle campane [7] o di collegamento, come l’Intermezzo [13]. Esteriormente, dunque, Pagliacci si uniforma alla tendenza del teatro italiano del secondo Ottocento, che, seguendo il magistero di Verdi, tende a integrare forme chiuse e segmenti dalla funzione di collegamento drammatico (recitativi) in unità drammaturgico-musicali di più ampio respiro. In realtà, al di là dell’apparente analogia, la concezione formale di Leoncavallo appare improntata a un principio assai differente, in varia misura e con personali caratteristiche condiviso dai musicisti della “Giovane Scuola”...


Le prime rappresentazioni


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