La bella addormentata

Teatro Regio, Sabato 17 Dicembre 2016 - Giovedì 22 Dicembre 2016

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Libretti

Copertina del volume monografico su La bella addormentata

84 pagine
24 illustrazioni
13 tavole in b/n
prezzo 12,00 €
prezzo con il carnet 8,00 €

Disponibile

Nacho Duato e il repertorio classico:
un contemporaneo riconciliato

di Roger Salas

Il danzatore e coreografo Nacho Duato (Juan Ignacio Duato Barcia, nato a Valencia, in Spagna, nel 1957) ha avuto in questi ultimi anni una rapida affermazione internazionale della sua personalità di autore e del suo carisma, fino a meritarsi una vera e propria fama globale.

Così iniziavo diversi anni fa un suo ritratto critico; e quel che dicevo allora non è oggi cambiato nella sostanza. Possiamo caso mai dire che oggi Duato è entrato nel secondo lustro di quella “fama globale”. Tutte le novità della sua carriera in questi ultimi anni non hanno cambiato essenzialmente la situazione. Le trasformazioni (sottolineate dai media e che riguardano anche il piano personale) sono iniziate con un evento difficile: il suo abbandono improvviso della direzione artistica della Compañía Nacional de Danza (Cnd) spagnola, carica che aveva occupato per vent’anni, cambiando il profilo stilistico della compagnia e definendo al contempo la propria personalità creativa. La Cnd è stata il suo laboratorio e il suo crogiolo: vi ha modellato i danzatori, ha formato lo staff a sua misura e secondo le sue esigenze, ha concepito spettacoli di grande formato coi quali ha girato il mondo creando un meritato prestigio tanto alla compagnia nazionale spagnola quanto alla propria opera personale...


Una danza naturale e libera da convenzioni.
Intervista a Nacho Duato

a cura di Marina Kortunova

È sempre interessante chiedersi, in primo luogo, come un coreografo arrivi a ideare un nuovo spettacolo. Qual è stata l’origine della sua «Bella addormentata»?

«È stato il Teatro Michajlovskij di San Pietroburgo a commissionarmi il balletto. Avrei voluto iniziare con qualcosa di meno imponente, ma mi fu chiesto espressamente di mettere in scena questo titolo. In un primo momento avevo intenzione di attenermi alla coreografia di Marius Petipa, ma appena iniziato il lavoro mi fu chiaro che avrei dovuto sviluppare una nuova versione originale del balletto che si adattasse ai danzatori della Compagnia. Per lo Staatsballett di Berlino sono intervenuto con alcune modifiche, spesso si tratta “solo” di dettagli, che hanno lo scopo di creare una sintonia specifica tra la coreografia e questi danzatori meravigliosi. I passi e i movimenti alla fine diventano, con loro, qualcosa di molto speciale»...


Una finestra sul passato:
la Bella del Secolo d’argento

di Sergio Trombetta

Come considerare La bella addormentata? La massima espressione coreografica di Marius Petipa, certamente. Ma anche, con i suoi sontuosi affreschi danzanti, l’avvio di quel percorso che avrebbe portato alla danza concertante, al neoclassicismo novecentesco di Balanchine. E poi, l’inizio di una stagione, il Retrospettivismo, che avrebbe segnato gli anni a cavallo fra Otto e Novecento nella cultura russa, soprattutto pietroburghese.
Il coreografo d’origine francese Marius Petipa – che ha fondato la danza russa del secondo Ottocento, ha realizzato capolavori, ha forgiato uno stile che univa sapientemente la grazia francese con il virtuosismo alla moda delle ballerine italiane, che lui diceva di non amare, ma poi invitava alla creazione dei suoi balletti – era ormai a fine carriera quando Ivan Aleksandrovič Vsevoložskij, il direttore dei teatri imperiali, decide di rilanciarlo chiedendogli la coreografia per La bella addormentata...


C’era una volta La bella addormentata…

di Elisa Guzzo Vaccarino

Se si può dire che il Novecento si è applicato con forza a rovesciare l’Ottocento, “smontando” l’opera di sublimazione delle fiabe che, a partire dalla trama nascosta nelle pieghe di un linguaggio simbolico, ispirò l’invenzione di balletti imperituri, intrisi di pulsioni romantiche, alle soglie del nuovo millennio gli sguardi su quei “classici” si sono decisamente moltiplicati e diversificati.
I balletti che “c’erano una volta” permangono, con tutti i tagli, i dettagli e gli inserti accumulati, ma convivono con quelli che “ci sono adesso”, portando lo stesso titolo di riconoscimento, ma includendo altre suggestioni, altri codici, altri gesti e altre immagini.
Non sono state poche, per esempio nel secolo scorso, quanto al repertorio ballettistico, le versioni “al nero” o “cattive” delle storie di cuore in origine condotte trionfalmente a buon esito superando qualche debita traversia o dura prova, con l’intento di rivelarne i doppifondi psicologico-erotici, sottaciuti nelle redazioni tradizionali, salvo qualche tocco di umor notturno, come la paura fanciullesca degli automi in Coppélia o dei topi in Schiaccianoci, felicemente superata, per risvegliarsi alla luce dell’amore adulto e duraturo...


Un ritratto

a cura di Alberto Bosco

Fu a seguito delle guerre napoleoniche che la Russia entrò a pieno diritto nel novero delle potenze europee, compiendo così quell’opera di avvicinamento a Occidente iniziato titanicamente da Pietro il Grande un secolo prima. Da un lato le idee e gli stili di vita francesi, italiani o tedeschi permearono ancor di più la società russa, ma dall’altro questa promiscuità mise in evidenza l’arretratezza o quanto meno la diversità di quella società a confronto con quella dei vicini europei. Così si ebbe una prima fase di eclettica apertura agli stimoli europei, in cui gli intellettuali e gli artisti russi pensavano di avvantaggiarsi del ritardo con cui erano apparsi sulla scena, prendendo quanto di meglio dalle varie culture europee. In musica si può prendere Glinka ad esempio di questo momento storico: formatosi sia in Italia che in Germania, tornò a San Pietroburgo e fondò su queste due basi lo stile nazionale russo...


Argomento - Argument - Synopsis


Struttura dell'opera e organico strumentale

a cura di Enrico M. Ferrando

Il balletto, alle origini, era incorporato negli spettacoli d’opera, ma anche dopo aver acquisito status estetico autonomo, sopravvisse a lungo la consuetudine di eseguire opere e balletti nella medesima serata. Rappresentati sugli stessi palcoscenici, con musica di autori impegnati su entrambi i fronti, i due generi finirono inevitabilmente per condividere fondamentali caratteristiche di struttura. Così il balletto narrativo si articola in “pezzi chiusi” e alterna scene d’azione e mimo a scene di danza pura, secondo uno schema analogo a quello dell’opera, che – almeno fino a tutta la metà dell’Ottocento – è fondamentalmente basata su una successione di scene in cui l’azione drammatica vera e propria (recitativo) sfocia in momenti di effusione lirica (arie, duetti, finali). Un altro curioso elemento di analogia risiede nel fatto che anche nel balletto, come nell’opera, la complessità delle trame eccede solitamente la capacità del mezzo espressivo di rappresentarla in maniera del tutto comprensibile: perciò anche per il balletto era messo in vendita il libretto, nel quale la narrazione della vicenda era talvolta corredata dai dialoghi destinati a essere mimati dai personaggi...