West Side Story

Teatro Regio, Martedì 6 Dicembre 2016 - Domenica 11 Dicembre 2016

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Libretti

Copertina del volume monografico su West Side Story

190 pagine
18 illustrazioni
26 tavole in b/n
prezzo 12,00 €
prezzo con il carnet 8,00 €

Disponibile

Le dirò con due parole...

a cura di Valentina Crosetto

Nel 1949, quando cominciò a lavorare a un musical che riecheggiasse la storia di Romeo e Giulietta in un’ambientazione contemporanea e soprattutto americana, il compositore Leonard Bernstein aveva al suo attivo una sinfonia (Jeremiah) non particolarmente brillante, un discreto balletto (Fancy Free) e uno strepitoso musical, quell’On the Town che aveva fatto sensazione a Broadway cinque anni prima e che proprio allora Gene Kelly e Stanley Donen stavano trasformando in uno dei maggiori successi hollywoodiani. Primo direttore di fama mondiale nato in America (anche se da genitori ebrei immigrati), artista curioso e poco incline a rimanere confinato entro gli steccati imposti dalla tradizione, il nome di Bernstein si era fatto strada da tempo nella ricerca di un nuovo tipo di commedia musicale – o, se vogliamo, di opera – in grado di richiamarsi alle radici popolari della moderna musica americana...


Leonard Bernstein e la «trappola operistica»

di Aloma Bardi

Coscienza sociale di Bernstein

Un tratto caratteristico di Bernstein, oltre alla generosità del talento, fu sempre la natura impegnata del suo approccio all’attività di compositore, direttore e educatore. Tale fu pure il suo teatro musicale, anche nei lavori che solitamente vengono considerati leggeri o distaccati dalla realtà sociale. Per approfondire lo sguardo su questa coscienza partecipe bernsteiniana, occorre inizialmente menzionarne un’influenza capitale, seppur sottovalutata e spesso ignorata: quella del compositore americano politicizzato per eccellenza, Marc Blitzstein (1905-1964), e del suo teatro musicale incentrato su tematiche cupe e tragiche, di carattere politico, sociale e sindacale, che esercitarono sul giovane Bernstein un ruolo formativo della massima importanza. L’impegno giovanile di Bernstein a Harvard nel 1939 come pianista e narratore in The Cradle Will Rock (scritta da Blitzstein due anni prima) e l’amicizia personale con il compositore risultarono decisivi per la sua maturazione...


Un ritratto

a cura di Alberto Bosco

Il più bel ritratto di Bernstein l’ha scritto il suo amico Stephen Sondheim, l’autore dei testi delle canzoni di West Side Story, che per i festeggiamenti del settantesimo compleanno del maestro nel 1988 a Tanglewood, parafrasò il testo della canzone di Kurt Weill e Ira Gershwin Poor Jenny, trasformandola in Poor Lenny. La nuova canzone, cantata per l’occasione da Lauren Bacall, parlava dell’indecisione del povero Lenny, maledetto da così tanti talenti da non riuscire a sceglierne nessuno e, dopo aver spassosamente preso in giro le sue velleità di essere un genio rinascimentale («non gli bastava essere Rubinstein, ma anche Hammerstein, Wittgenstein, Blitzstein e Gertrude Stein»), concludeva con un appello al festeggiato: per favore Lenny, continua a non decidere mai, «never make up your mind»! E così, infatti, la pensano tutti coloro che hanno amato questo artista magnetico e imperfetto, vitale ed esagerato, che ha incarnato in un momento storico di intellettualismo ed individualismo assoluti, l’ideale contagioso della musica come emanazione diretta dell’affettività umana. Alla luce di questo, tutti gli errori della sua carriera, gli eccessi, i passi falsi e le invasioni di campo che pur non mancarono nella sua ricca e avventurosa vita, sono perdonati e compresi dalla sua superiore figura di uomo posseduto dal demone della musica, da un’irrazionalità fisica ed emotiva che non prevedeva argini...


«Sono arrivati i teddy boys». La prima italiana
di West Side Story e l’incontro di Torino con Bernstein

di Giorgio Rampone

Sommando concerti sinfonici e opere liriche (sia in forma scenica che oratoriale), ammontano all’incirca a un centinaio le presenze in Italia di Leonard Bernstein come interprete. Il quadro è quello di un rapporto stretto e intenso, che copre oltre quarant’anni (dal 1948 al 1989), concentrato in prevalenza a Milano e a Roma (Vaticano incluso), particolarmente nelle stagioni del Teatro alla Scala e dell’Accademia di Santa Cecilia. Il privilegio toccato alle due città fu chiaramente la diretta conseguenza degli incarichi artistici affidati in quelle istituzioni a Francesco Siciliani. Non a caso la solida stima reciproca che legò Siciliani e Bernstein sfociò nella decisione di assegnare a entrambi, nel 1988 a Venezia, il prestigioso premio «Una vita per la musica».
Bernstein frequentò, sia pure meno intensamente, Firenze e Venezia. E, per una volta sola, fu applaudito a Bologna, Pompei (alle Panatenee, di cui Siciliani era l’anima) e Torino. Naturalmente in questa sede è proprio sull’esibizione torinese che ci si vuole soffermare, curiosamente sfuggita al solo studio finora realizzato in merito alle presenze in Italia di Bernstein1, unica ma di rilievo, per una serie di ragioni. Innanzitutto, perché si colloca nella fase iniziale del suo rapporto con il nostro Paese, in anni in cui per il musicista americano era consuetudine proporsi come pianista e come direttore, nella stessa serata...


Le prime rappresentazioni di West Side Story


Argomento - Argument - Synopsis


Struttura dell’opera e organico strumentale

a cura di Enrico M. Ferrando

Il musical risolve il problema del rapporto tra le ragioni, talvolta inconciliabili, della coerenza drammatica e dell’espressione musicale svincolandole l’una dall’altra. Se la “razionale” opera italiana del Settecento differenzia le due categorie in luoghi musicali specifici (recitativi e arie), se l’Ottocento romantico ne sfrutta la dialettica per strutturare forme complesse, se il dramma musicale cerca la coerenza nella subordinazione della musica al corso dell’azione (come nel “recitar cantando” post-rinascimentale, o nell’opera wagneriana), il musical, come già era accaduto con l’operetta e il Singspiel, ricorre alla soluzione più drastica realizzando uno spettacolo “con” pezzi musicali concepiti come brani autonomi.
In West Side Story, peraltro, l’alternanza di recitazione e musica è trattata con sottigliezza: assai spesso i dialoghi recitati proseguono sull’attacco della musica, in modo da determinare una continuità narrativa (nella nostra analisi della struttura, che indica la successione dei numeri musicali così come è definita nella partitura pubblicata da Boosey & Hawkes, gli incipit testuali sono riferiti alla prima frase cantata, e per ciascun singolo numero abbiamo indicato i soli personaggi che prendono parte all’esecuzione cantando, indicandoli nell’ordine in cui intervengono)...


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