La bohème

Teatro Regio, Mercoledì 12 Ottobre 2016 - Domenica 23 Ottobre 2016

Libretti

Copertina del volume monografico su La bohème

160 pagine
31 illustrazioni
39 tavole in b/n
prezzo 12,00 €
prezzo con il carnet 8,00 €

Disponibile

Le dirò con due parole...

a cura di Alberto Bosco

A ben vedere, quando Mimì muore alla fine della Bohème, la commozione che ci coglie non è tanto rivolta a lei, ma ai suoi cinque amici scapestrati che le sopravvivono: che faranno adesso? Continueranno a bighellonare e prendersi in giro? Si daranno una regolata? E il pensiero va all’allegria irresponsabile, agli inutili bisticci, alle vane promesse d’amore dei quattro atti precedenti, a quell’inconcludente agitazione che sembrava essere l’alfa e l’omega di tutta l’esistenza e invece non ne era neanche il preambolo. Più che Mimì, è la giovinezza spensierata che muore quando i rintocchi dell’ultima declamazione orchestrale si abbattono sulla stupefatta combriccola, ammutolita quasi al punto da non riuscire più a cantare. Il senso di vuoto che allora prende i protagonisti, e noi con loro, ha un che di amaro, come il sapore degli incantesimi spezzati, non certo il senso di catarsi con cui si concludono le autentiche tragedie...


La bohème e i suoi miti

di Anthony Glinoer

Il mito della bohème – la vita precaria e anticonformista condotta ai margini della società da gruppi di artisti e scrittori – si fonda in modo sostanziale sul successo di tre opere che l’hanno trasmesso di generazione in generazione. La prima risale alla metà del XIX secolo. Henri Murger, giovane poeta ancora sconosciuto, pubblica a partire dal 1845 una serie di testi sulle avventure di un gruppo di bohèmes. Senza troppo successo, gli episodi compaiono in un piccolo giornale, il «Corsaire-Satan», fino a che uno scrittore di vaudevilles altrettanto ignoto ai più, Théodore Barrière, sollecita Murger a farne un adattamento. Questa volta è il trionfo: il 22 novembre 1849, al Théâtre des Variétés, il principe-presidente Carlo Luigi Napoleone Bonaparte assiste in una sala stracolma al debutto di La Vie de bohème, e applaude con gli altri spettatori. Nel corso di cento rappresentazioni si registra sempre il tutto esaurito. Poi è la consacrazione: la pièce passa dal repertorio del Théâtre des Variétés a quello del Théâtre de la Comédie-Française...


Sunt lacrimae rerum

di Luca Fontana

In un film americano, Moonstruck (Stregata dalla luna, regia di Norman Jewison, 1987), d’ambiente newyorkese italoamericano, Cher, donna non più giovanissima e con qualche amarezza nel passato, è amata da Nicolas Cage, giovanotto di speranze non brillanti, anche perché privo di una mano, ma pieno d’entusiasmo per la vita, per l’opera italiana, e per Cher, appunto. Lui sa che soltanto portandola al Metropolitan potrà comunicare a lei tutto il suo amore, per interposizione di musica e dramma. Lei nell’invito di lui, all’inizio, scorge soltanto un’occasione di mondanità e di lusso, una serata “diversa dalle altre”; e tutta presa anche lei d’entusiasmo, ma solo per l’aspetto superficiale dell’evento, si prepara con gran cura: va dal parrucchiere, compra un vestito nuovo, si fa più bella che può. Non sa che quel che l’aspetta è La bohème – una pugnalata al cuore, e a tradimento, perché così inattesa, che le dirà con enorme forza espressiva ciò che il povero slang smozzicato di lui non riusciva a comunicarle. Li vediamo, in una lunga sequenza, inquadrati in primo piano nei loro posti di galleria: «Bada, sotto il guanciale / c’è la cuffietta rosa...» canta Mimì dalla scena, e Cher si strugge di lacrime, mentre lui, coi lucciconi, le afferra una mano con la mano buona, la guarda e l’ama, capendo che lei ha capito...


Il puccinismo può attendere

di Paolo Patrizi

I grandi compositori – e la cosa vale tanto più per gli operisti, che dovendo fondere le ragioni della musica con quelle del teatro lasciano convivere un maggior numero di sollecitazioni – hanno avuto spesso il loro equivoco critico, la propria storpiatura interpretativa. Mozart? Cicisbeo, zuccheroso, un concentrato di pasticceria viennese. Rossini? “Crescendo” effettistici, comicità meccanica, farsesco compulsivo. Wagner? Retorica del declamato, spiritualità superomistica, l’Idea con la i maiuscola che si sostituisce al personaggio con la p minuscola. Verdi? Enfasi risorgimentale, guasconate patriottarde, poco sesso ma sentimentalità esibita fino all’impudicizia. I veristi? Tempeste ormonali, carnalità proletaria, un urlo sempre dietro l’angolo. Per Puccini il malinteso è stato forse più semplicistico, ma, negli esiti, più subdolo: è arrivato il puccinismo...


Un ritratto

a cura di Alberto Bosco

Invece di scervellarsi a cercare un nuovo finale all’incompiuta Turandot alternativo a quello di Alfano, i compositori che amano veramente Puccini potrebbero pensarne uno nuovo per la Rondine, l’opera più leggera e autoironica di Puccini. Infatti, se non fosse per gli sdilinquimenti che ne sciupano il terz’atto, da questo vivacissimo capolavoro risulterebbe chiaro anche ai detrattori del compositore lucchese – quelli, per intenderci, che non sopportano il suo sentimentalismo – quanto distaccato egli fosse ormai nel 1914 dal mondo poetico che lo aveva reso famoso con la “trilogia” Bohème-Tosca-Butterfly. Questa insoddisfazione, questa ricerca di nuove vie più in sintonia con i tempi moderni, si rivelò in lui già dopo la composizione di Madama Butterfly, come ben si può vedere dalle lettere di quel periodo, in cui Puccini è più indeciso che mai nella scelta di nuovi soggetti, per trovare una prima laboriosa realizzazione nell’opera-western La fanciulla del West e continuare in modi più pienamente riusciti nel Trittico e nella Turandot...


Note di regia

di Àlex Ollé

Nel 1896, quando Giacomo Puccini presenta la prima della Bohème al Teatro Regio di Torino, sono passati quasi cinquant’anni dalla pubblicazione delle Scènes de la vie de bohème di Henri Murger, apparse a puntate tra il 1845 e il 1849 sulla rivista letteraria «Le Corsaire-Satan». L’opera, dunque, raccoglie il ricordo già vecchio (ma assolutamente accattivante) di quei poveri artisti che popolarono il Quartiere Latino di Parigi durante gli anni Quaranta dell’Ottocento e che costituirono un vero fenomeno sociologico e letterario. Il ritratto bozzettistico di Puccini può sembrare innocuo, però basta raschiare appena la superficie per individuare un movimento sociale di tutt’altro spessore...


«L’attualità di un’opera intrinsecamente giovane».
Intervista a Gianandrea Noseda

a cura di Stefano Valanzuolo

Gianandrea Noseda, a freddo e in sintesi: provi a raccontarci pregi e insidie di un’opera celeberrima come «La bohème».
«I pregi li conosciamo tutti: è un’opera dirompente, rispetto all’epoca in cui fu scritta, assolutamente innovativa sul piano teatrale e con una densità di temi che quasi non ammette confronti; ma sarebbe troppo complicato racchiudere il valore della Bohème in tre righe».

Lei non perde occasione per sottolineare, a se stesso e al pubblico, che si tratta di un titolo, come dire, “ad alto rischio”...
«In realtà mi capita spesso di riflettere su quanto sia diventato scabroso, più in generale, l’approccio al grande repertorio italiano, specialmente pucciniano. La bohème è una delle opere più popolari che esistano, questo è fuor di dubbio, ma anche una delle peggio eseguite, in assoluto...


Argomento - Argument - Synopsis


Struttura dell’opera e organico strumentale

a cura di Enrico M. Ferrando

La stesura definitiva della Bohème si differenzia dalla traccia originale del libretto, predisposta da Luigi Illica, principalmente per la soppressione dell’atto III, dove, in un’atmosfera movimentata e vivace, veniva portata in primo piano la figura di Musetta e compariva il personaggio del Viscontino, per il quale Mimì, non disinteressatamente, abbandonava Rodolfo.
L’abolizione di quella parte dell’opera fu causa di violenti contrasti tra Puccini e Illica. In effetti è probabile che Puccini abbia imposto il taglio – che sconvolge l’alternanza di scene spettacolari e momenti intimisti accuratamente calibrata dal librettista – temendo di sbilanciare il carattere dell’opera sul versante comicobrillante. Quanto al fatto che, con la scena del cortile, si eliminasse anche un nesso logico assai importante nello sviluppo della vicenda, potremmo osservare che La bohème, nel suo assetto definitivo, aderisce maggiormente allo spirito dell’originale di Murger, un lavoro narrativo congegnato intorno a personaggi e situazioni ma privo di una vera e propria trama. Da questo punto di vista è significativo che le quattroparti dell’opera siano definite quadri anziché atti...


La prima rappresentazione e l’opera a Torino


120 anni di Bohème prodotte dal Teatro Regio


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