Turandot

Teatro Regio, Mercoledì 12 Febbraio 2014 - Giovedì 27 Febbraio 2014

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Libretti

Copertina del volume monografico

128 pagine
21 illustrazioni
26 tavole in b/n
prezzo 12,00 €
prezzo con il carnet 8,00 €

Disponibile

Le dirò con due parole...

a cura di Marco Targa

Tartaglia, Truffaldino, Brighella e Pantalone alla corte cinese del Gran Khan Altoum; il principe dei tartari Nogaesi, innamorato di una spietata principessa da Mille e una notte impegnata in rivendicazioni femministe; una serva gelosa, eunuchi, un carnefice... Una singolare combinazione di personaggi, che potrebbe sembrare un pastiche di teatro sperimentale novecentesco, e invece è la settecentesca Turandot di Carlo Gozzi, una delle sue più riuscite “fiabe teatrali”, genere con il quale il conte veneziano intendeva proporre una drammaturgia alternativa alla nuova commedia realista goldoniana. Cosa abbia a che fare questa fantasiosa miscela di fiabesco, comico e tragico con il teatro di Puccini oggi lo sappiamo tutti, ma quando il librettista Renato Simoni propose il soggetto di Turandot per la prima volta al maestro non era per nulla scontato, conoscendo le sue preferenze, ch’egli vi si appassionasse tanto da decidere di mettersi subito al lavoro per trasformarla in opera. Al destino invece l’opera piacque incompiuta: si sa che la morte giunse a fermare la mano di Puccini prima che egli potesse completarne il finale.


«È per Turandot che mi sento un’anima perduta nello spazio nebbioso»

di Enzo Restagno

Trovare un soggetto sul quale scrivere un’opera per Puccini era diventato molto difficile. Dopo Butterfly – e anche allora non era stato facile – il terreno dell’opera pareva afflitto da una sterilità preoccupante. Naturalmente tutti facevano a gara nel proporgli dei soggetti, ma quei benedetti librettisti parevano non rendersi conto che qualcosa era mutato nel profondo; qualcosa per cui scrivere un’opera non era più un’impresa alla quale un compositore provvisto di preparazione e esperienza adeguate potesse accingersi con disinvoltura.
I sentieri che avevano portato alla Fanciulla del West e al Trittico si erano rivelati tortuosissimi, spesso ingannevoli e disseminati di incertezze. I tempi erano cambiati; opere se ne continuavano a scrivere in abbondanza ma si trattava spesso di prodotti convenzionali che solo la bulimia di un pubblico tenacemente attaccato alle convenzioni poteva prendere per buoni. 


Tre enigmi dell’ultimo Puccini: processo compositivo,
posizione storica, modernità teatrale

di Gerardo Guccini

L’ultima opera di Giacomo Puccini è stata fatta oggetto di analisi che presentano esiti spesso incompatibili. Da un lato, gli studi evidenziano l’assimilazione delle esperienze musicali di punta (Debussy, Stravinskij, Schönberg, ma anche Busoni, Casella e Malipiero), l’esteso rinnovamento del linguaggio e, soprattutto, la tensione a uscire dalle secche drammatiche e formali del “puccinismo”; dall’altro, rilevano il recupero di strutture chiuse (quali l’aria e il concertato), la stantia prevedibilità dei principali tipi scenici (l’eroico tenore, la femmina-vampiro, l’innamorata-vittima) e il paradossale ritorno alle soluzioni pre-veriste del grand-opéra. C’è chi legge in quest’opera una formidabile risposta alla crisi del teatro operistico, chi un segno del carattere irreversibile assunto da questa stessa crisi, chi vi esalta la capacità di assorbire le molteplici istanze del mondo moderno riassumendole in un nuovo tipo di spettacolo, e chi reputa il suo modernismo linguistico nient’altro che una decorazione applicata alle convenzionali strutture della tradizione melodrammatica o un puro e semplice fraintendimento, incapace di dedurre dal rinnovamento delle modalità compositive la dissoluzione degli antichi criteri mimetico-rappresentativi. A partire dalla seconda metà del Novecento, l’indice delle valutazioni critiche ha compiuto oscillazioni amplissime, che non si sono stabilizzate nemmeno con la Puccini renaissance avviata dagli studi di Mosco Carner.


Ciak all’opera: Giuliano Montaldo e Turandot

di Steve Della Casa

Giuliano Montaldo, il regista di Sacco e Vanzetti e di tanti film che hanno contribuito in modo importante alla storia del cinema italiano di impegno civile, ha sempre considerato l’opera lirica un arricchimento della sua carriera. Passare dalla gestione di un set alla costruzione di un’importante messa in scena teatrale è stato infatti per lui un ritorno all’infanzia e al tempo stesso una nuova interessante sfida. E la Turandot è stata la prima opera da lui firmata, quella cui è più affezionato, quella che gli evoca i ricordi più belli e più divertenti.


Argomento - Argument - Synopsis


Struttura dell’opera e organico strumentale

a cura di Enrico M. Ferrando

Per quanto le opere di Puccini siano concepite nel genere del “dramma musicale”, e quindi come una struttura in linea di massima priva di soluzioni di continuità, al loro interno è sempre possibile individuare aree equivalenti a “pezzi chiusi”, nelle quali prevale l’espansione lirica; in Turandot, in particolare, il Maestro manifesta una particolare attenzione al disegno della forma, che viene delineata con consumata abilità rivisitando in maniera originale i principi costruttivi della tradizione melodrammatica ottocentesca (il classico finale concertato ispira i nn. 7 e 13; le due arie giustapposte di Liù, nn. 17-18, riecheggiano la “solita forma” in quattro movimenti).


Le prime rappresentazioni e l’opera a Torino


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