Giselle

Teatro Regio, Giovedì 5 Dicembre 2013 - Sabato 7 Dicembre 2013

Argomento

Nel capolavoro romantico del 1841, in una Germania medievale, una ingenua contadina cade vittima dei raggiri amorosi di un nobile in cerca di avventure, e muore di crepacuore; per tornare come fantasma nel secondo atto, perdonare e salvare l’uomo che l’ha tradita dall’ira delle Villi. Giselle è stato portato alla fama mondiale per oltre un secolo da primedonne della danza, da Carlotta Grisi a Carla Fracci.

Che cosa resta di tutto ciò nel racconto di Ek? Il coreografo conserva il libretto di Théophile Gautier e la musica di Adolphe Adam. Così come i personaggi originali: ci sono tutti, non solo Giselle e Albrecht, ma anche Hilarion il contadino innamorato di Giselle e Bathilda, la fidanzata ufficiale di Albrecht. Eppure tutto cambia. Cambia l’ambientazione, vagamente tropicale, nel primo atto, con colline che hanno la dolcezza delle curve femminili. Cambia il linguaggio coreografico, totalmente dimentico di punte e accademismo, che si fa forte e scabro. Ma soprattutto cambia la lettura. Qui Giselle è una sempliciotta, che gira a piedi nudi e non ci sta tutta con la testa. Di quante ragazze così leggiamo sui giornali, spesso vittime degli abusi dei maschi del paese? E così capita con il gagà di turno, Albrecht, che non rinuncia a divertirsi con la ragazza, mentre Hilarion cerca in ogni modo di dissuaderla.

La forte, cocente disillusione d’amore ti scaraventa in un altro mondo. La morte o la follia. L’intuizione romantica, pensiamo a Lucia, Elvira, Amina, non ha perso un briciolo di verità. Non solo: in questa storia di una contadina ingannata da un nobile che non rinuncia ai suoi privilegi e se ne libera appena può, c’è ancora e sempre tutto l’afflato rivoluzionario borghese della Francia degli anni ’30 e ’40 dell’Ottocento. E questa lettura “democratica” fece del titolo un “feticcio” per la giovane critica d’avanguardia russa di quegli anni, prima che il balletto imperiale diventasse un affare di corte, di principi e ballerine.

Nell’originale, la povera Giselle impazzisce e muore e la ritroviamo nel mondo notturno di un cimitero e soprannaturale delle Villi, le vendicative fidanzate morte per amore. Nel mondo di oggi invece, Mats Ek ce la presenta, nel secondo atto, ricoverata in un ospedale psichiatrico. Un reparto femminile dove Myrta, la regina delle Villi, è invece una caposala insieme severa e soccorrevole, mentre le ragazze, avvolte in camicie di forza, le si fanno intorno per la dose giornaliera di psicofarmaci, per avere un po’ di quell’affetto che è stato loro negato. Come nell’originale, anche qui Giselle viene visitata da Hilarion prima e da Albrecht poi. I due si ritrovano e, di fronte alla follia della ragazza, Albrecht finalmente si rende conto del male che ha compiuto. Per Giselle non c’è più nulla da fare, ma per lui la salvezza, la presa di coscienza, vuol dire spogliarsi completamente dei suoi pregiudizi, ma anche dei suoi abiti eleganti, e restare nudo realmente e metaforicamente di fronte a se stesso.

Un capolavoro portato al successo, all’inizio, da due travolgenti danzatrici “latine”: la spagnola Ana Laguna (moglie di Ek), stupenda danzatrice feticcio del coreografo, e la torinese Pompea Santoro, che proprio nel ruolo di Giselle è stata immortalata in un francobollo delle poste svedesi.