Simon Boccanegra

Teatro Regio, Mercoledì 9 Ottobre 2013 - Mercoledì 23 Ottobre 2013

Libretti

Copertina del volume monografico su Simon Boccanegra

144 pagine
27 illustrazioni
31 tavole in b/n
prezzo 12,00 €
prezzo con il carnet 8,00 €

Disponibile

Le dirò con due parole...

a cura di Andrea Malvano

Il libretto del Simon Boccanegra fu un vero e proprio lavoro d’équipe. Dopo il successo di Traviata e Rigoletto, Verdi nel 1857 aveva ormai il suo uomo: Francesco Maria Piave. Forse non era il nuovo Shakespeare, ma conosceva bene i meccanismi del teatro, scriveva versi di grande immediatezza, e soprattutto non se la prendeva troppo se i suoi testi venivano stravolti. Verdi aveva proprio bisogno di un librettista del genere: uno senza troppi grilli per la testa, facile da pilotare e pronto a mettere la poesia al servizio della musica. Anche il soggetto del Simon Boccanegra finì dunque nelle mani di Piave. Il compositore, però, in quell’occasione superò se stesso: non contento di aver rimaneggiato il testo con la solita falegnameria pesante («Eccoti il libretto accorciato e ridotto presso a poco come deve essere»), pensò bene di chiedere un parere anche ad Antonio Somma, il futuro librettista del Ballo in maschera...


«Mia la desdicha fué; mas la culpa es de la suerte».
Il Simón Bocanegra di Antonio García Gutiérrez

di Marco Marica

La genesi dell’opera

Nel gennaio del 1855, quando stava lavorando agli ultimi ritocchi su Les Vêpres siciliennes a Parigi, Verdi ricevette l’invito del presidente della Fenice, il conte Mocenigo, a comporre una nuova opera per il teatro veneziano. Tramite e mentore di questo progetto era l’amico Francesco Maria Piave, che sperava di poter scrivere un nuovo libretto per Verdi e rinnovare il successo della Traviata. Determinato a non accettare più impegni che lo obbligassero a rispettare scadenze fisse, il compositore non dette tuttavia una risposta definitiva. Nel dicembre del 1855 tornò a Sant’Agata con la moglie Giuseppina Strepponi, per cercare di guarire dallo stress fisico che sempre si associava ai periodi di intenso lavoro, e per concedersi un lungo periodo di riposo in campagna, lontano dai teatri e libero da scadenze lavorative. In quegli anni Verdi nelle sue lettere esprime più volte il desiderio di abbandonare addirittura la carriera d’operista per fare unicamente il «contadino», come scrive ad esempio nel maggio 1854 all’amico veneziano Cesare Vigna:

     Verrà il momento, e non è molto lontano, che dirò: «Addio, mio pubblico; sta bene; la mia carriera è finita: vado a piantar cavoli»1.

Al di là dell’improbabile vocazione agreste, prontamente smentita dai fatti, è certo che verso la metà degli anni Cinquanta Verdi avverte fortemente l’esigenza di rinnovarsi sul piano stilistico...


“Prima e dopo” in Simon Boccanegra.
Considerazioni intorno a un percorso compositivo

di Luigi Abbate

Caduto alla prima rappresentazione a Venezia il 12 marzo 1857, applaudito tre mesi dopo a Napoli, fischiato alla Scala il 24 gennaio 1859, infine ripreso oltre vent’anni dopo da un Verdi che aveva già scritto l’Aida e che si accingeva all’Otello, il Simon Boccanegra appartiene al limbo di quelle opere verdiane che non sono interamente riuscite e non diventeranno mai popolari, eppure racchiudono in sé tali motivi d’interesse e tanti spunti di geniali anticipazioni, che non cadranno mai interamente nell’oblio e verranno sempre, periodicamente, “riscoperte” come un capolavoro ingiustamente misconosciuto1.

Con il proverbiale dono della sintesi che lo ha consegnato alla storia dell’esegesi musicale, Massimo Mila sembrava fin dai lontani anni Cinquanta aver aperto e chiuso con queste poche efficaci parole la “pratica Simone”. Una pratica che rimane altresì apertissima se vista alla luce del percorso compositivo che dalla prima versione del 1857 ha portato Verdi a produrre ventiquattro anni più tardi l’edizione definitiva. Ventiquattro anni, uno in meno di quelli che separano il prologo e il primo atto nella finzione del dramma di Gutiérrez: il tempo come criterio dirimente di un processo che accomuna le vicende del lavoro artistico, della poíesis, a quelle della vita vissuta...


In teatro libertà e rispetto.
Sylvano Bussotti metteur en scène

a cura di Giorgio Rampone

Sylvano Bussotti e Torino, Non Raramente. No, non è il titolo di una nuova composizione del suo vastissimo catalogo ma, in sintonia con uno dei temi germinali centrali della sua poetica, un modo per definire il rapporto fra Bussotti e la nostra città, tant’esso appare ricco, articolato, multiforme e dunque specchio esemplare del suo essere artista totale. Inoltre, sul piano temporale, lungo e continuativo: dal 22 gennaio 1969, quando la sua musica, molto probabilmente per la prima volta, fu ascoltata al Conservatorio1, fino al presente Simon Boccanegra, che segna la riproposta di uno dei suoi spettacoli torinesi più celebri e lodati. Una produzione che esordì nel 1979, fu già ripresa nel 1995 e, sfidando il tempo, torna ora a incantare gli occhi dopo trentaquattro anni: un autentico primato in termini di longevità nella storia delle creazioni del nuovo Teatro Regio.
E dunque un’occasione per rievocare, con il Maestro, questo storico allestimento e qualche altro momento tra i moltissimi della sua attività di regista, scenografo e costumista a Torino...


Tinte scure e suggestive contrapposizioni.
Gianandrea Noseda su Simon Boccanegra

a cura di Stefano Valanzuolo

Gianandrea Noseda, se c’è un titolo dalla storia intricata, nel corpus d’opera verdiano, quello è il Simon Boccanegra.
Verdi stesso ebbe a definirlo una sorta di «tavolo zoppo». E, in un’altra occasione, dichiarò di amarlo come si amerebbe «un figliolo gobbo». Il che, evidentemente, è sintomatico di un rapporto tormentato con l’opera stessa.

La storia parla chiaro: prima versione nel 1857, con Piave librettista; poi, ventiquattro anni dopo, la seconda versione alla Scala, con le modifiche sostanziali di Boito. Un work in progress infinito…
Ventiquattro anni di differenza: sostanzialmente il tempo che separa il prologo dal primo atto, ed è una curiosa coincidenza. Il Simone è decisamente un’opera “di passaggio”, con tutto quello che la dicitura implica, in termini di ravvedimenti e persino di contraddizioni. Già nei Vespri, a dire il vero, Verdi si era confrontato con la necessità di mutare rotta rispetto alla trilogia popolare, che in qualche modo rappresentava un primo punto d’arrivo nel suo percorso di vita. L’esigenza si fa più forte col Boccanegra, ma è chiaro che il risultato cui giunge nel 1857, peraltro mortificato da un’accoglienza di pubblico poco lusinghiera, non lo soddisfi...


Argomento - Argument - Synopsis


Struttura dell’opera e organico strumentale

a cura di Enrico Maria Ferrando

Verdi rimase sempre sostanzialmente fedele alla concezione per “numeri chiusi” del melodramma italiano classico; perciò le sue opere possono essere descritte come una sequenza di pezzi musicali autonomi (arie, duetti, cori, pezzi d’assieme) che si susseguono secondo criteri di varietà e di contrasto. Nell’opera italiana del primo Ottocento la forma, tanto dei singoli pezzi quanto dell’opera nel suo insieme, obbediva a modelli convenzionali (il melodramma era uno spettacolo commerciale, e il suo sistema produttivo era regolato da meccanismi rigidi); pur senza rifiutarli a priori, Verdi trasformò questi modelli. Nella fase matura della sua attività, in particolare, le mutate condizioni operative dello show business melodrammatico, il riconoscimento internazionale della sua statura artistica e la raggiunta indipendenza economica fecero sì che si sentisse libero di adottare o meno i procedimenti fissati dalla tradizione, accettandoli quando li ritenesse consoni alle proprie esigenze artistiche, sulla base di un intuito affinato dall’esperienza ma mai turbato da rivoluzioni estetiche o da astratte preoccupazioni teoriche.