L’elisir d’amore

Teatro Regio, Venerdì 21 Giugno 2013 - Domenica 30 Giugno 2013

Libretti

Copertina del volume sull'Elisir d'amore

128 pagine
29 illustrazioni
24 tavole in b/n
prezzo 12,00 €
prezzo con il carnet 8,00 €

Disponibile

Le dirò con due parole...

a cura di Alberto Bosco

Difficilmente si sarà incontrato chi, uscito da una rappresentazione dell’Elisir d’amore, abbia sentito l’esigenza di una guida che gliene spiegasse il contenuto o i segreti. Tanta è infatti l’immediatezza di quest’opera immortale e tanta l’evidenza con cui le convenzioni del melodramma si adattano allo svolgersi della vicenda che, a non volerle far violenza, ben poco spazio resta per addentellati critici. Ancor più, perché la semplicità è in una certa misura la vera protagonista dell’opera, incarnata in primo luogo nella schiettezza disarmante di Nemorino e, in generale, nell’ambientazione popolare del racconto che condiziona, oltre al coro, bene o male tutti i personaggi.
Ciononostante, uno sguardo alle condizioni che videro la nascita di quest’opera potrà riuscire utile a capire, se non altro, il posto così importante che L’elisir occupa nella storia della musica...


Tra Bordeaux e letali veleni,
l’«Elisir» di sì perfetta, di sì rara qualità!

di Fulvio Stefano Lo Presti

Tra il 1818 e il 1843, periodo che in pratica abbraccia l’intero arco della produzione drammaturgica di Gaetano Donizetti1, rari sono gli anni in cui il fertile Bergamasco musicò meno di due opere, scrivendone assai sovente da tre a quattro all’anno. È risaputo come, tramontati gli “anni di galera” di Gioachino Rossini, questa straordinaria facilità compositiva attirasse su Donizetti, sin quasi dagli esordi, l’interesse mercantesco di voraci impresari teatrali, i quali correvano a loro volta tutti i rischi connessi con un’attività frenetica quale il teatro d’opera, che costituiva la forma di spettacolo per eccellenza e richiedeva di essere alimentata principalmente da produzioni nuove fornite a ritmo “industriale”. Donizetti tuttavia non poteva certo reclamare per sé solo la palma della fecondità creativa, ché suoi attivissimi competitori erano i quasi coetanei Giovanni Pacini e Saverio Mercadante, per limitarci ai maestri più temibili e di maggiore spicco...


Dolceamaro Donizetti

di Giulia Vannoni

«La scienza ha promesso la felicità? Non credo. Ha promesso la verità,
e il problema è sapere se con la verità si farà mai la felicità».
Émile Zola, Discorso all’Assemblea generale degli studenti di Parigi,
18 maggio 1893.

Il teatro d’opera è riuscito a esprimere assai bene la graduale trasformazione della medicina da ars medica in scienza esatta: figure un tempo liquidate con i termini di guaritore e ciarlatano hanno trovato ampio risalto nei libretti, seppure quasi sempre come soggetti comici. Con le denominazioni di cavadenti e conciaossa s’indicavano quei praticoni che conducevano vita itinerante, svolgendo funzioni che oggi competono a dentisti e ortopedici: veri e propri «mercanti della salute»1, cui spettò il merito di proporre a buon mercato rimedi millantati come miracolosi e, spesso, realmente efficaci. Il risultato, in termini sociali, non fu di scarso rilievo, perché simili personaggi rendevano accessibile a tutti ciò che era monopolio di pochi: la possibilità di curarsi...


Un ritratto

a cura di Alberto Bosco

Non più Bellini, non ancora Verdi: questo è per noi Donizetti, e non è un’idea ingannevole. Rispetto al suo collega siciliano, di poco più giovane, ma scomparso a soli trentaquattro anni, Donizetti coltivò una concezione più moderna dell’opera seria, più concentrata sullo svolgimento dell’azione che non sul potere affascinante del canto, osando anche a volte alternare registri bassi e alti per vivacizzare il dramma. Rispetto a Verdi, invece, Donizetti dovette adeguarsi a convenzioni e leggi di produzione che non prevedevano il controllo totale del compositore sulla propria opera e pertanto nei suoi melodrammi si ritrovano gli stessi temi cari al romanticismo risorgimentale, ma la definitiva affermazione di uno stile drammatico conforme a questi ideali e al gusto moderno si dovrà solo alla caparbia volontà di Verdi...


Ritorno dal passato

a cura di Valeria Pregliasco

La sostenibile leggerezza del tenore.
I due esordi dell’«Elisir d’amore» a Torino

«Per quanto generale si spieghi il desiderio in Italia di ricrearsi alle comiche lepidezze, alle vivaci melodie dell’opera buffa, persistono gli impresarj nostri ciò non pertanto a regalarci sempre il gran serio», dolevasi Luigi Prividali il 27 ottobre 1832. Il proprietario ed estensore del «Censore universale dei Teatri» notava infatti che «perfino quei teatri più riputati, che per antichissimo loro metodo davano ai melodrammatici scherzi il primo cartello» ora non si peritavano di proporre tragedie e drammi per musica accanto all’opera buffa o comunque non propriamente “seria”. In primavera e autunno virtuosi in coturno si aggiravano anche a Torino, dove «egualmente è dimenticata la per lo innanzi sempre osservata regola di non farlo calzare a’ suoi cantanti che al Teatro Regio nel carnovale»...


Altre note

a cura di Michele René Mannucci

«Dimenticare il Donizetti fenomeno, con tutto il conseguente ciarpame,
e vedere solamente l’artista, l’uomo, isolato tra un fluttuare di fantasmi
musicali; vederlo in quelle poche ore dove obliata ogni convenienza del
mestiere, null’altro conta fuor che l’accesa bellezza della fantasia».
Gianandrea Gavazzeni, Gaetano Donizetti. Vita e musiche, 1937.

Delle oltre settanta opere che compongono il catalogo donizettiano, L’elisir d’amore è tra quelle che godono da sempre di un favore particolare sia presso il pubblico che presso la critica internazionale. Quintessenza del comico in musica, l’opera non risparmia tuttavia afflati poetici e amorosi di carattere più introspettivo, né tinte fosche ed elementi patetici (uno su tutti la famosissima «Una furtiva lagrima») la cui prospettiva intimista, in netto contrasto con la solarità e col brio della corniche narrativa, fa di Donizetti il maestro incontrastato del colore (e dell’umore) in musica, con buona pace di una certa critica coeva che, considerandolo un genio della melodia ma stilisticamente convenzionale, lo vedeva solo come l’anello debole di una presunta (e chiacchieratissima) triade Rossini-Bellini-Donizetti...


Argomento - Argument - Synopsis


Struttura dell’opera e organico strumentale

a cura di Enrico Maria Ferrando

L’elisir d’amore è tra gli ultimi e più maturi frutti della tradizione dell’opera comica italiana, della quale mantiene, almeno formalmente, le caratteristiche strutturali distintive. Così si articola in due atti, e consta di una successione di numeri musicali indipendenti. Ma la tendenza a collegare più numeri tra loro in unità strutturali di livello superiore è esplicita: così il n. 4 (la “cavatina” – il termine è qui inteso come “aria di presentazione” – di Belcore), culmina nella “stretta” (il movimento conclusivo, in tempo rapido e dalla ritmica concitata) che conclude l’Introduzione [1-4]: uno dei momenti per i quali le convezioni di scrittura dell’opera prevedevano il collegamento di più sezioni relativamente autonome. Analogamente il Finale I (il cosiddetto finale “centrale” – il momento di massima complicazione dell’intreccio drammatico, che coincide con un ampio brano d’assieme) ha inizio con un recitativo e prosegue, in crescendo, con un duetto, un terzetto e un quartetto per culminare nella canonica stretta [10-13]...