Evgenij Onegin

Teatro Regio, Venerdì 17 Maggio 2013 - Domenica 26 Maggio 2013

Libretti

Copertina volume Evgenij Onegin

120 pagine
21 illustrazioni
29 tavole in b/n
prezzo 12,00 €
prezzo con il carnet 8,00 €

Disponibile

Le dirò con due parole...

a cura di Alberto Bosco

Nasce da Puškin, si alimenta di Turgenev, e sfocia in Čechov: che cos’è? Non un fiume, certo, ma l’Evgenij Onegin di Čajkovskij, una delle opere più rappresentative dell’anima russa e, per via del suo carattere intimo e privato, un caso unico (tant’è che l’autore non la definì “opera”, ma “scene liriche”). Rispetto al poema da cui è tratto, il libretto realizzato dallo stesso Čajkovskij e dall’amico poeta Šilovskij si concentra solo sulla vicenda sentimentale, tralasciando le continue digressioni dell’originale, dove l’autore inglobava nella sua poesia modi di dire, convenzioni letterarie e osservazioni di costume per mostrare quanto i sentimenti e le parole che li esprimono non siano poi così individuali e unici come sembrano, ma siano piuttosto il prodotto di mode, letture e codici che ci trascendono...


L’aura amorosa dell’«Evgenij Onegin»

di Giorgio Pestelli

L’Evgenij Onegin si affaccia alla ribalta del teatro musicale europeo con singolari caratteri di leggerezza e discrezione; negli anni Ottanta dell’Ottocento, sia sul fronte tedesco, sia su quello italiano e francese, la tendenza del gusto mirava alla novità e grandiosità spettacolare, nella convinzione comune che la musica avesse raggiunto una tale ricchezza linguistica da poter impadronirsi di qualunque materia; in un panorama poco propenso alle attenuazioni, l’Onegin “chiede permesso”, andando in scena la prima volta il 29 marzo 1879 (il 17 secondo il calendario giuliano), nel Piccolo Teatro (Malyj Teatr’) di Mosca, con compagnia vocale e orchestra formate dagli studenti del Conservatorio, dove Čajkovskij era insegnante; inoltre non “opera” la battezzò l’autore, ma “scene liriche”, alla maniera schumanniana (o dickensiana), ponendo l’accento sulla dimensione episodica, quasi diaristica, senza impazienza verso la vecchia struttura dei “pezzi chiusi”; e infine nessuna fiducia su successo e circolazione in grandi teatri sembrò accompagnare Čajkovskij durante il lavoro compositivo...


L’«Onegin» di Puškin, enciclopedia della vita russa

di Nadia Caprioglio

La leggerezza e la semplicità che affascinano ogni lettore dell’Evgenij Onegin fanno dimenticare quanto sia difficile e complesso il «romanzo in versi» di Aleksandr Puškin. Catturati dalla vicenda dei due protagonisti e dalle cristalline variazioni liriche del testo, al suono languido della musica di Čajkovskij, non immaginiamo il fiume di interpretazioni critiche che accompagna queste strofe tanto accessibili quanto sfuggenti, a partire dalle analisi ottocentesche ruotanti intorno al concetto di «realismo», fino allo sguardo «formalistico» del Novecento sul problema del rapporto fra linguaggio in versi e romanzo.
Aleksandr Puškin nacque nell’ultimo anno del Settecento e questa casualità sembra avere un significato simbolico. Il suo stile letterario appartiene più al XVIII che al XIX secolo, avendo come modello principale per la prosa Voltaire...


Kasper Holten: la regia come viaggio nella memoria

a cura di Paolo Cairoli

Kasper Holten è balzato agli onori delle cronache prima per la sorprendente regia del Ring des Nibelungen di Wagner, messo in scena alla Royal Danish Opera – lo spettacolo, fortunatamente, si può vedere in dvd – e poi per essere stato nominato, non ancora quarantenne, direttore artistico della Royal Opera House Covent Garden di Londra. Ha raccontato la saga wagneriana con un realismo e una capacità narrativa raramente visti in teatro, con dettagli anche molto forti, momenti quasi splatter – si pensi a Wotan che tortura Alberich appeso a un gancio, strappandogli un braccio per impossessarsi dell’anello – e altri di grandissima ironia – le tre Norne sbirciano dietro il sipario chiuso e, scandalizzatissime, vanno in ansia per ciò che si sta preparando sul palco.
Nell’Evgenij Onegin, che ha debuttato lo scorso febbraio al Covent Garden ed è stato realizzato in coproduzione con il Teatro Regio e Opera Australia, ha costruito uno spettacolo tutto giocato sulla dimensione della memoria, basato su una scenografia sempre identica, che funziona sia come casa di campagna, sia come palazzo di città...


Un ritratto

a cura di Luca Del Fra

Nel 1836 va in scena Una vita per lo Zar, nel 1842 Ruslan e Ljudmila: tra le due date, che segnano il debutto delle opere di Michail Glinka considerate l’atto fondativo della scuola musicale russa, il 25 aprile 1840 (il 7 maggio secondo l’attuale calendario gregoriano), nasce a Votkinsk Pëtr Il’ič Čajkovskij. Oramai carico di gloria si spegne il 25 ottobre (6 novembre) 1893 a Pietroburgo: i funerali, le prime esequie di Stato per un compositore russo, sono seguiti a una finestra da Alessandro III. Lo zar, grande estimatore dello scomparso, mormora laconico: «Conti e baroni ne abbiamo tanti, di Čajkovskij uno solo». Mai giudizio sintetico è stato così beffardamente vero e al tempo stesso falso: della tradizione russa, infatti, Čajkovskij è stato interprete sui generis e del pari antonomastico. Una doppiezza presente in molti aspetti della sua vita e della sua musica, a partire dalla cronologia di un’esistenza durata 53 anni, divisa in due parti praticamente eguali...


Ritorno dal passato

a cura di Giorgio Rampone

«Evgenij Onegin» a Torino, tre volte in trent’anni

Quando si vuole indicare un esempio clamoroso di ritardato arrivo a Torino di un’opera di repertorio, normalmente si ricorre al caso del Flauto magico, per la prima volta rappresentato nella nostra città nel 1958. A fargli compagnia potrebbe ben stare Evgenij Onegin, mai ascoltato prima del 1983, al Teatro Regio. Vero è che, dopo la “prima” italiana alla Scala nel 1900, voluta dal čajkovskijano Toscanini, il capolavoro del compositore russo cominciò a circolare con (relativa) regolarità sulle nostre scene solo dopo mezzo secolo. Altrettanto innegabile è che l’attesa a Torino fu particolarmente lunga, sia pure “riparata” dal fatto che, con la presente, gli allestimenti ammontano a tre, superando quelli della Dama di picche (solo due volte in forma scenica e in altre due occasioni presentata in Rai in forma di concerto, in un caso ai fini della sola registrazione per la diffusione radiofonica e quindi, ufficialmente, senza pubblico). Il quadro del Čajkovskij operistico a Torino è presto completato, ricordando Iolanta e La pulzella d’Orléans (rispettivamente, Regio 1980 e 2002)...


Altre note

a cura di Michele René Mannucci

«Che profondità poetica nell’Onegin! Non mi faccio illusioni, so benissimo
che ci sono ben pochi effetti scenici, ben poco movimento. Ma
la ricchezza lirica, l’umanità, la semplicità della trama insieme alla
genialità del testo sopperiscono a queste manchevolezze».
(Pëtr Il’ič Čajkovskij, lettera al fratello Modest, 1887)

Discutendo della gestazione dell’Onegin con la sua corrispondente e mecenate Madame von Meck, Čajkovskij sostiene che «chi ritiene l’azione scenica condizione primaria di un’opera, non sarà soddisfatto. Chi invece cerca la riproduzione musicale di sentimenti normali, semplici, universali, lontani dalla tragicità esteriore, dalla teatralità, saranno (spero) contenti della mia opera». Centotrent’anni dopo, a fronte di una certa penuria di fonti bibliografiche a noi tocca dire invece che il melomane in cerca di monografie, guide e studi espressamente dedicati a questo capolavoro non li troverà, chi invece avrà la pazienza di scorrere i numerosi tomi critici consacrati in toto al genio del compositore russo, senza lasciarsi catturare troppo dalle derive bio-storiografiche (di un fascino sublime ma talvolta ree di distogliere l’attenzione del lettore dal genuino fatto musicale), non tarderà a scovare qua e là approfondimenti a non finire sulla sua poetica teatrale e in particolare sull’Onegin, sul quale tali fonti si dilungano spesso e volentieri (considerando probabilmente che le altre opere maggiori del Maestro, La pulzella d’Orléans, Mazeppa, La dama di piccheIolanta sono già state più e più volte immortalate in volumi di chiaro pregio)...


Argomento - Argument - Synopsis


Struttura dell’opera e organico strumentale

a cura di Enrico Maria Ferrando

La struttura di Evgenij Onegin è chiaramente ispirata a modelli occidentali. L’estetica di Čajkovskij tuttavia va controcorrente rispetto alle tendenze predominanti sul finire del XIX secolo, e anziché accogliere più o meno esplicitamente la concezione wagneriana del “dramma musicale” si rifà ai modelli italiani e, soprattutto, francesi dell’opera per “pezzi chiusi”. Rispetto ai modelli italiani l’opera presenta un numero maggiore di singoli pezzi, che tuttavia manifestano una più limitata articolazione interna. In generale i singoli numeri tendono a rispondere a una forma in due parti, dove una “scena” introduttiva (con la funzione di sviluppo drammatico) prelude al numero musicale vero e proprio, nel quale invece prevale l’effusione lirica: il tradizionale dualismo recitativo/aria si ripropone così in una elastica e non schematica oscillazione tra i due registri linguistici. I due momenti sono caratterizzati in maniera molto chiara anche dal punto di vista armonico: la “scena” – impiegata anche come organismo formale a sé stante – è infatti caratterizzata da un’armonia mutevole, mentre nei numeri musicali è individuabile un centro tonale unitario.