Don Carlo

Teatro Regio, Giovedì 11 Aprile 2013 - Martedì 23 Aprile 2013

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Libretti

Copertina volume Don Carlo

136 pagine
24 illustrazioni
30 tavole in b/n
prezzo 12,00 €
prezzo con il carnet 8,00 €

Disponibile

Rinasce un teatro, rinasce una città

di Alberto Sinigaglia

Con il Regio Torino cominciò a tornare bella. Lo scatto verso la rinascita si sarebbe visto per le Olimpiadi 2006. Ma il germe della ripresa fu il teatro risorto il 10 aprile 1973, con una “prima” per certi aspetti geniale. Si poteva discutere su tutto e si discusse: sui Vespri siciliani, che non sono un capolavoro, sul direttore due volte sostituito, sulla regia senza un regista, affidata a due cantanti che non cantavano più. Ma una si chiamava Maria Callas, leggendaria per la voce e per la vita. Il suo “aiuto” si chiamava Giuseppe Di Stefano, tenore di velluto, compagno di pubblici trionfi e di privati infortuni. Per l’imposizione di quel socio, il designato Gianandrea Gavazzeni aveva rifiutato il podio. Vi era salito Vittorio Gui a ottantotto anni, troppi per fare il domatore. Fulvio Vernizzi l’aveva soccorso afferrando la bacchetta a quattro giorni dall’inaugurazione. L’affanno aveva infiammato l’attesa e la curiosità dell’informazione mondiale...


Le dirò con due parole...

a cura di Andrea Malvano

Mettere in scena Don Carlo fa paura. I teatri lirici temono la macchinosa messa in scena, il pubblico si spaventa di fronte alla durata dello spettacolo, i direttori artistici praticamente devono trovare sei prime parti (Don Carlo, Filippo II, Elisabetta di Valois, Rodrigo, il Grande Inquisitore, Eboli) e gli stessi cantanti non gradiscono troppo l’assenza di gerarchie nel sistema dei personaggi, una sorta di democrazia da palcoscenico che stronca ogni aspirazione al divismo. Poi c’è il problema della scelta filologica: la prima rappresentazione avvenne all’Opéra di Parigi nel 1867 in cinque atti con balletto (secondo le consuetudini francesi), la seconda versione – presentata alla Scala nel 1884 – è in quattro atti (la scure cadde su tutto il primo atto), e l’ultima edizione è quella andata in scena a Modena nel 1886 con cinque atti e nessun balletto. Generalmente si fa fifty-fifty tra le due versioni italiane (con prevalenza della prima, scelta anche per questo allestimento del Teatro Regio)...


«Don Carlo»: retorica del potere
e potere del discorso

di Sonia Arienta

Rapporti di potere nella sfera politica e nelle relazioni interpersonali, retorica del potere e potere del discorso retorico acquistano in Don Carlo una centralità assoluta sul piano visivo e su quello dell’ascolto. Come in nessun’altra opera verdiana, il potere appare il vero protagonista del testo, analizzato nelle sue sfumature, conflitti, contraddizioni, fragilità, lati oscuri, conseguenze nelle molteplici dimensioni dell’esistenza. Il compositore impiega in modo critico le prerogative spettacolari del grand-opéra francese per mostrare la gran macchina di una monarchia assoluta saldamente alleata e ricattata dalle gerarchie ecclesiastiche. In partitura adotta strategie che scoprono intenzioni e tratti psicologici dei personaggi, fiori neri del giardino in lutto della Controriforma spagnola, attraverso il loro confronto più diretto: la conversazione, il dialogo...


«Don Carlo» e le spie drammaturgiche
di un’Italia ottocentesca in trasformazione

di Marco Ravasini

Oltre che di santi e di navigatori l’Italia, si sa, è stata anche un paese di poeti ma, significativamente, non di drammaturghi, perlomeno nell’accezione del teatro recitato. Senza tema di smentite, il contributo nazionale alla storia europea e mondiale di tale genere letterario si potrebbe ridurre a un manipolo di autori conteggiabili sulle dita di una mano1. E forse non è un caso che il nostro fenomeno teatrale più influente di sempre, nel campo di cui stiamo parlando, la Commedia dell’Arte, a causa della sua tradizione orale e della mancanza di numi tutelari, sia stato spesso derubricato, in passato, da molti critici letterari a mero fatto di costume, inerente alla storia della recitazione o poco più. Ora, tutti sanno che la latitanza del teatro recitato, in Italia, fu essenzialmente il portato dello straordinario successo di quello musicale, un’invenzione nostrana (1600 circa) destinata a furoreggiare per più di due secoli espandendosi anche al di fuori dei patrii confini...


Un ritratto

a cura di Alberto Bosco

Quanta gente ancora crede che Giuseppe Verdi sia nato in una famiglia di contadini? Chissà, certo è che di tutti i miti che nei secoli, in particolare nel XIX, si sono sovrapposti alla figura storica di questo compositore, quello delle sue origini contadine è il più rivelatore e da lì si può partire per tracciarne un ritratto. Tecnicamente parlando, Verdi, contadino non lo nacque, ma lo diventò. Era, infatti, nato in una frazione di Busseto che si chiama Roncole – e forse l’assonanza con roncola, attrezzo contadinesco, può aver influito sulla nascita della leggenda – ma suo padre era un oste, sua madre una filatrice e la sua educazione fu borghese. In più, i genitori furono abbastanza aperti da non ostacolare la vocazione del figlio che, seppur instradato un po’ tardi a quella carriera e non aiutato da un talento eccezionalmente spiccato, era quanto mai ostinato a fare di sé un musicista...


Ritorno dal passato

a cura di Valeria Pregliasco

Per una storia dell'interpretazione di «Don Carlo».
Le edizioni al Regio antico

Il primissimo incontro fra Don Carlo e i torinesi1, accorsi in massa al Teatro Regio la sera di Natale del 1867, non fu facile. Giulio Bissaldi, appendicista musicale della «Gazzetta Piemontese», rimarcò infatti che

il diletto non fu uguale all’aspettazione; quest’opera venne dal pubblico poco gustata tanto per il suo genere, quanto per la sua lunghezza. La nostra indole italiana si rifiuta a resistere cinque ore di spettacolo, tanto più se questo, per darvi il diletto che gli domandate, vi obbliga ad una grave e continuata attenzione2.

Ci volle un po’ di tempo per entrare in piena sintonia con l’ultima fatica verdiana, e tre mesi più tardi l’ultima rappresentazione «fu una continuata dimostrazione agli artisti principali ed al complesso generale di questo spartito che fece gli onori della stagione, e lascia memorie incancellabili»3. L’ottima riuscita deve comunque essere letta anche in relazione all’esito poco soddisfacente del resto della stagione e al contributo offerto dagli interpreti. Questi ebbero un ruolo fondamentale non solo come mediatori fra autore e pubblico, ma anche in senso assoluto, grazie cioè a una maestria capace di strappare l’applauso a prescindere dall’effettivo gradimento del brano...


Altre note

a cura di Michele René Mannucci

«Io non posso ammettere, né nei cantanti, né nei direttori,
la facoltà di creare, che come dissi prima, è un principio che
conduce all’abisso».
(Giuseppe Verdi, lettera a Giulio Ricordi, 11 aprile 1871)

Con quel suo manto di colori foschi e di chiaroscuri di gusto antico, quasi fiammingo, il Don Carlo di Verdi1 si afferma innanzitutto come un’opera di contrasti. In primis quello tra padri e figli (Filippo II di Spagna contrapposto al proprio rampollo Don Carlo, una dinamica in cui rinveniamo il vero motore del dramma lirico), poi il conflitto tra ideologie sociali e politiche (evocato magistralmente nel confronto tra Filippo II, fautore indiscusso della monarchia assoluta, e il Marchese di Posa, ben disposto ad accettare la prospettiva delle autonomie e perciò fautore di una politica maggiormente liberale) e infine il contrasto tra Religione e Stato (in cui il monarca si ritrova, suo malgrado, contrapposto al sempre schiacciante potere temporale della Chiesa, qui incarnato dal Grande Inquisitore)...


Argomento - Argument - Synopsis


Struttura dell’opera e organico strumentale

a cura di Enrico Maria Ferrando

[...] La produzione proposta nella stagione 2012-2013 dal Teatro Regio di Torino segue la versione italiana in quattro atti: per questo motivo abbiamo fatto riferimento, per i titoli dei numeri musicali in cui abbiamo suddiviso l’opera, allo spartito tradizionale di questa versione.
Come già I Vespri siciliani, Don Carlo, nata per l’Opéra, manifesta nella struttura complessiva i canoni del grand-opéra: articolazione (nell’originale) in cinque atti, cornice scenografica spettacolare, trama a sfondo storico ricca di occasioni per mettere in rilievo la presenza del coro e per esibire masse di comparse.
In occasione dei Vespri, il confronto con le forme dell’opera francese aveva dato a Verdi lo spunto per rinnovare il linguaggio e l’assetto formale dell’opera italiana, portati all’apice delle loro possibilità espressive con la “trilogia” (RigolettoIl trovatore, La traviata). Don Carlo rappresenta dunque il Verdi maturo al massimo della propria potenza espressiva...