Light - Boléro

Teatro Regio, Venerdì 7 Dicembre 2012 - Venerdì 14 Dicembre 2012

Argomento

Light

Vivaldi e i Tuxedomoon, Venezia e San Francisco, due città sull’acqua, e fra loro un ponte. Come quello di Rialto. Dunque un balletto sull’acqua, ma soprattutto sulla luce. La luce della scena, della danza, della vita. Béjart ha costruito la sua coreografia come un architetto che fa riecheggiare le ardite costruzioni musicali di Vivaldi che si specchiano nelle costruzioni del Palladio. Una magica scenografia di luce, e i costumi di Nuno Côrte-Real che devono vestire i sogni e i corpi.
Béjart stesso amava raccontare così questo balletto: «Un arcobaleno su cui danzano ragazzi e ragazze. Le due città sprofondano improvvisamente nell’acqua, ma dal mare sorge una piattaforma luminosa che si alza verso il cielo portando con sé esseri che volteggiano instancabilmente nella luce. La nascita, una donna incinta, un cercatore d’oro, una donna mascherata dal volto che sembra dipinto, un’isola vicino a Venezia – San Francesco del Deserto –, in cui San Francesco è approdato di ritorno dalla Terra Santa. San Francesco, il mare, il deserto. Un uomo vestito di bianco volteggia… Perché il suo cappello è lo stesso di quello di Pulcinella del Tiepolo? Una donna leggera che porta la luce. Un gran signore... Don Giovanni? Casanova? E poi il prete dai capelli rossi. Caro Antonio».

Boléro

Anche se la danza non è il vostro “pane quotidiano”, Bolero lo avete visto. Quasi di sicuro. Al cinema o in tv, nel travolgente finale del film di Claude Lelouch del 1981 intitolato proprio Bolero, ma che in francese era titolato Les Uns et les Autres, perché raccontava diverse vite dai destini incrociati. Ma quel che conta ora è la sequenza finale, in cui Jorge Donn, indimenticabile étoile della Compagnia di Béjart, danzava il bolero sulla pedana rotonda circondato dal corpo di ballo maschile. Un inno all’amore, di ogni genere, danzato sul tetto di un grattacielo di New York.
In realtà la storia del Boléro di Béjart, sulla reiterata, ossessionante musica di Ravel, incomincia nel 1961, negli anni eroici di Bruxelles, e subito diventa veicolo di successo per la Compagnia, ma anche per le grandi star. Le divine che lo hanno interpretato sono molte, dalla nostra Luciana Savignano a Sylvie Guillem (proprio qui al Regio nel 1997) a Majja Pliseckaja.
Tutto però iniziò molto prima, nel 1928, quando Maurice Béjart aveva un anno, e quando la celebre ballerina russa Ida Rubinštejn (prima interprete per i Ballets Russes di Djagilev in Shéhérazade e Cleopatra) chiese a Maurice Ravel una musica per la propria Compagnia, che sarebbe stata messa in danza da Bronislava Nižinskaja, un genio della coreografia, i cui unici torti furono quelli di essere donna un'epoca in cui la coreografia era uomo, e di essere la sorella dello stellare Vaclav Nižinskij. Già allora, nella prima versione, compare un tavolo su cui la Rubinstein danzava circondata da uomini, in una locanda spagnola.
Allora Béjart ha copiato? Per niente: ha intuito che per dare nuova vita a un brano dal crescendo ossessionante bisognava ripulire, spogliare, togliere tutte le spagnolerie. In scena restano la Melodia, il ruolo centrale affidato alla ballerina o al ballerino, e il Ritmo, interpretato dal gruppo di danzatori.
Maurice Béjart spiega in questi termini la sua concezione dell’opera di Ravel: «Musica molto nota eppure sempre nuova grazie alla sua semplicità. Una melodia, d’origine orientale e non spagnola, si avvolge instancabilmente su se stessa, va aumentando in volume e in intensità, divorando lo spazio sonoro e inghiottendo alla fine la melodia».