L’Oiseau de feu - Syncope - Offrande à Stravinsky - Le Sacre du Printemps

Teatro Regio, Venerdì 30 Novembre 2012 - Mercoledì 5 Dicembre 2012

Argomento

L’Oiseau de feu

L’Oiseau de feu fa parte della personale rilettura dei classici del ’900 di Béjart. Musiche e titoli ormai polverosi che il coreografo scuote, infondendo loro nuova linfa vitale. Dopo un primo approccio nato come passo a due, la versione definitiva de L’uccello di fuoco è del 1970, ed è scandito sulla suite orchestrale del balletto siglata da Stravinskij nel 1919. È una versione figlia del suo tempo: anni di rivoluzione, post-sessantottardi e terzomondisti. Ecco allora che invece dei soliti protagonisti troviamo l’Uccello di fuoco, l’eroe liberatore, che conduce la lotta degli uomini liberi contro l’oppressore. Accanto a lui c’è la Fenice che ogni volta rinasce dalle proprie ceneri. I danzatori che li circondano, abbigliati con casacche alla Mao, sono i Partigiani, mentre il resto del corpo di ballo indossa tute rosso fuoco, come i protagonisti. La prima rappresentazione assoluta della coreografia risale al 31 ottobre del 1970 al Palais des Sports di Parigi, con il Ballet du XXe Siècle.

Syncope

Alla comprensione di questo pezzo, nato appena due anni fa, il 18 dicembre del 2010 al Théâtre de Beaulieu di Losanna, su musica dei Citypercussion (una band di percussioni svizzera che abitualmente collabora con la Compagnia) ci guida il coreografo stesso, Gil Roman. «Sincope, in musica, è un controtempo. Parliamo di musica sincopata. In medicina è un arresto cardiaco o un rallentamento dei battiti. Dai 5 ai 10 secondi di perdita di conoscenza, durante i quali il nostro cervello può immaginare di tutto, inventare di tutto o rivedere tutto. Ricordo o immaginazione? Memoria o creazione?». Insomma, è in quegli istanti di perdita di coscienza che si risveglia l’ispirazione artistica? Sembrerebbe di sì, ci dice Roman.

Offrande à Stravinsky

Poco prima della sua morte, Maurice Béjart aveva creato una coreografia, Igor et nous, che iniziava con un solo sulla voce di Igor Stravinskij mentre dirigeva una prova. Qualche anno prima, aveva creato un balletto sulla musica del Concerto in re per violino e orchestra.
Questo “omaggio” va inteso come un accenno alla relazione che Maurice Béjart ha avuto con la musica di Igor Stravinskij durante tutta la sua vita.

Le Sacre du printemps

Nel 1959, quarantasei anni dopo la scandalosa prima parigina del 1913 che travolse Nižinskij e Stravinskij, il mondo artistico era ancora sotto choc: nessuno aveva avuto il coraggio di riprendere seriamente in mano quella partitura e riportarla in scena. Ci voleva un eretico, un rivoluzionario. Uno come Béjart, che imprime nuovi significati a questa parabola pagana dove un’eletta viene sacrificata alla terra per propiziare il ritorno della primavera. Con Maurice, il Sacre cambia valenza: diventa un rituale primitivo, uno scontro-incontro di sessi. Invece del sacrificio umano dell’eletta, ecco il trionfo degli eletti, l’Uomo e la Donna uniti dalla reciproca attrazione, esaltati da tutto il corpo di ballo che li circonda.
L’amore e il risveglio della primavera. Béjart ha detto: «Cos’è la primavera se non un’immensa forza primitiva, a lungo sopita sotto il mantello dell’inverno, che scoppia improvvisamente e abbraccia il mondo in tutte le sue forme, vegetali, animali o umane? L’amore umano, nel suo aspetto fisico, simboleggia l’atto stesso attraverso il quale il Divino crea il Cosmo, e la gioia che ne deriva. In un momento in cui le frontiere dello spirito umano si sgretolano pian piano, in cui si può cominciare a parlare di una cultura mondiale, rifiutiamo ogni tipo di folklore che non sia universale e conserviamo le forze essenziali dell’uomo, che sono uguali in tutti i continenti, a tutte le latitudini, in tutte le epoche. Che questo balletto sia dunque spoglio di tutti gli artifici pittoreschi, l’inno all’unione tra Uomo e Donna al livello più profondo, tra cielo e terra, danza di vita o di morte, eterna come la primavera!»