Omaggio a Fokin

Teatro Regio, Venerdì 14 Ottobre 2011 - Martedì 18 Ottobre 2011

Argomento

Danze Polovesiane

Le Danze polovesiane conquistano subito il bel mondo parigino al Théâtre Châtelet il 18 maggio del 1909. La foga dei guerrieri, il languore delle schiave, la musica ora travolgente ora melodiosa compie il miracolo. Il brano è tratto dall’opera Il principe Igor di Aleksandr Borodin, sono le danze che il khan polovesiano Končak offre al suo nobile prigioniero, il principe Igor. Ma invece di realizzare un divertissement tradizionale Fokin, con le scene e i costumi di Nikolaj Roerich, ci dà un quadro palpitante di una Russia pagana e selvaggia, ci catapulta in pieno esotismo. A ogni gruppo di danzatori attribuisce una specifica gestualità. L’interpretazione di Adolf Bolm come capo dei guerrieri fu memorabile e il brano resterà un block-buster dei Ballets Russes sino al 1929, per poi emigrare nel repertorio di molte compagnie.

Le Spectre de la rose

Dopo il debutto nell’aprile del 1911 all’Opéra de Monte-Carlo, Le Spectre de la rose (musica di Carl Maria von Weber orchestrata da Berlioz, scene e costumi di Léon Bakst, con Vaclav Nižinskij e Tamara Karsavina) è presentato alla terza stagione parigina, fra il 6 e il 17 giugno al Théâtre Châtelet. Il balletto nasceva per celebrare il 100° anniversario della nascita di Théophile Gautier, ai versi del quale si ispirava. Il plot, danzato sul notissimo Invito alla danza, è molto semplice: «all’alzarsi del sipario una fanciulla rientrata da un ballo, vinta dalla fatica, si addormenta su una poltrona. In sogno, la rosa che teneva in mano si trasforma in uno spettro che gli è prodigo di carezze e che scompare all’alba». Diventavano visione danzata i versi di Gautier scritti nel 1837: «je suis le spectre de la rose que tu portais hier au bal». In Spectre si realizza compiutamente la sintesi fra retrospettivismo e gusto liberty, il rimpianto per l’atmosfera sognante e romantica (la musica di Weber) e la sua stilizzazione in una sorta di slittamento estetico. Il costume concepito da Bakst era una semplice calzamaglia coperta di petali di rosa. Un costume di grande novità, che sottolineava le linee del corpo e al quale si adeguava un trucco per il viso altrettanto innovativo. Il brano si apriva su Tamara Karsavina che si addormenta sulla poltrona e all’improvviso il sogno della rosa prendeva forma. In Spectre de la rose l’identificazione, la metamorfosi del ballerino nel fiore diventa quasi magica. Sono le mani che si muovono con una ipnotica cantilena a compiere la magia. A incantare la fanciulla che sogna la rosa e il pubblico. E Nižinskij, dopo avere dato l’ultimo bacio alla fanciulla, usciva di scena con un balzo dalla finestra. Stupefacente, perché il pubblico vedeva il balzo ma non vedeva atterrare dietro le quinte il danzatore che scompariva a mezz’aria, come privo di forza di gravità.

La morte del cigno

«Preparatemi il costume del cigno», si racconta che mormorasse Anna Pavlova in punto di morte nel 1931. Se c’è un titolo indissolubilmente legato alla sua prima interprete femminile (tanto quanto altri titoli sono legati a Nižinskij) questo è La morte del cigno, che va in scena per la prima volta a Pietroburgo il 22 dicembre del 1907 durante un gala nella Sala della Nobiltà. Coreografato sulla musica di Saint-Saëns dal Carnaval des animaux, era perfetto per la danza tremante e trepidante della Pavlova. Ancora oggi, La morte del cigno ci comunica non soltanto la lotta degli ultimi istanti di vita di un cigno colpito a morte, ma l’arte della ballerina, effimera eppure immortale, che muore dopo ogni rappresentazione. Da allora il brano è diventato il cavallo di battaglia di una lunga teoria di étoile, e ciascuna lo ha piegato alla propria personalità, al proprio talento. Dall’eleganza sognante di Yvette Chauvirée sino alla imperiosa ribelle lotta contro il destino di Maja Pliseckaja. E siccome fra il sublime e il ridicolo c’è appena un passo, ecco che i Trockadero de Monte Carlo, la celeberrima compagnia americana di danzatori maschi en travesti, ne han fatto una esilarante parodia, con la ballerina dal tutù imbottito di piume che cadono e invadono la scena mentre il danzatore/danzatrice avanza di schiena in pas de bourrée con le braccia che si muovono nell’aria come ali. Ironia e comicità che in fondo non si allontana troppo dalla realtà della danza. In un vecchio filmato del passo a due del Cigno nero con Natalja Dudinskaja e Konstantin Sergeev, mentre loro danzano il cielo è solcato dal volo del Cigno bianco e all’improvviso una piuma bianca va a posarsi sul tutù nero della ballerina, che la toglie con un gesto stizzito.

Shéhérazade

Il 4 giugno del 1910, sulla scena dell’Opéra, Parigi scopre lo schiavo più famoso della storia della danza nel ’900. Nižinskij, lo schiavo d’oro di Shéhérazade, è un concentrato di selvaggia sensualità che fa perdere la testa alla sultana Zobeide, interpretata da Ida Rubinstein su gran parte dell’omonima suite sinfonica di Nikolaj Rimskij-Korsakov. Il libretto, ispirato ai Racconti delle mille e una notte, era stato elaborato da Benois, ma in locandina fu attribuito a Lev Bakst, autore anche di scene e costumi. La vicenda si svolge nell’harem del sultano Shahriar. Il sultano si allontana insieme al suo seguito per la caccia. La favorita, Zobeide, convince allora il capo degli eunuchi ad aprire le prigioni dove sono rinchiusi gli schiavi. L’orda si scatena nell’harem, fra l’eccitazione delle odalische. Ma Zobeide ordina all’eunuco di aprire anche la gabbia dorata dove è rinchiuso il suo schiavo favorito, Nižinskij. Lo schiavo nero – successivamente verrà definito lo schiavo d’oro – irrompe in scena con la forza e l’aggressività di una bestia feroce. Il ballerino è ambiguo, sensuale, aggressivo, felino, il corpo coperto da un trucco di colore grigio blu, con ampi pantaloni di broccato chiusi alle caviglie, braccialetti d’oro ai polsi e alle caviglie. Zobeide lo accoglie sdraiata su un sofà, in un trionfo di cuscini e veli multicolori. La notte passa fra orge, libagioni, bruciare di incensi, danze. Il ritorno inatteso del sultano trasforma l’orgia in una carneficina. I soldati, armati di grandi scimitarre, falciano odalische e schiavi. Il favorito affronta il fratello del sultano che lo ferisce a morte. Solo Zobeide è ancora viva fra i cadaveri, il sultano la vuole risparmiare, il fratello però gli mostra il corpo del favorito e Shahriar fa il gesto di ucciderla, ma lei si impadronisce di un pugnale e si colpisce a morte cadendo ai suoi piedi. L’interpretazione di Nižinskij, metà serpente metà pantera, per la novità dei suoi gesti e dei suoi movimenti sconvolge il pubblico parigino, totalmente in contrasto con la maestà quasi immobile e la parsimonia austera dei gesti della Rubinstein. Ma l’altro grande fattore di successo furono le rutilanti scene orientali, le sete dai colori sgargianti dei costumi di Bakst. Certi modelli furono presto imitati dai sarti parigini, e fra le signore eleganti indossare un turbante ornato di gioielli, come la sultana Zobeide e le sue odalische, divenne di gran moda.